LA VIOLENZA DI GENERE IN GIAPPONE
– Marta Barbieri e Fiorella Monzon –
Con “violenza di genere” si intende qualunque forma di violenza diretta contro una persona a causa del suo genere.
La violenza di genere può assumere declinazioni diverse: dalla violenza fisica a quella sessuale, psicologica, o economica, e può essere diretta contro chiunque. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, a subirla sono donne, ragazze e membri della comunità LGBTQIA+.[1] Per questo motivo, spesso si associa la “violenza di genere” alla “violenza contro le donne”, definita dall’ONU “any act of gender-based violence that results in, or is likely to result in, physical, sexual, or mental harm or suffering to women, including threats of such acts, coercion or arbitrary deprivation of liberty, whether occurring in public or in private life.”[2]
Un’indagine sul tema rivela che all’interno dell’Unione Europea circa il 30% delle donne abbia subito violenza fisica, minacce e/o violenza sessuale nel corso della propria vita. Il 17% delle donne ha subito violenza da parte di un partner intimo.[3]
Qual è la situazione in Giappone?
La violenza di genere e la violenza domestica in Giappone.
In Giappone, nonostante la Costituzione sancisca l’uguaglianza e il rispetto dei diritti universali, la società è ancora fortemente patriarcale: secondo i dati del World Economic Forum relativi al 2024, si classifica 118simo su 146 Paesi analizzati per quanto riguarda la parità di genere, registrando la performance peggiore tra i membri del gruppo del G7.[4] L’implicita percezione che le mogli e le donne siano ancora subordinate alla propria controparte maschile (soggette quindi alla loro autorità) continua ad alimentare una cultura della dominanza maschile che si declina in pratiche discriminatorie e, nei fatti, ha come diretta conseguenza gli episodi di violenza domestica contro le donne.[5]
Nel 2002, uno studio condotto dallo Husband/Partner Violence Research Group (HPVRG) sulle vittime di violenza domestica in Giappone ha stilato un elenco dei principali eventi che scatenano la violenza di partner/mariti. Tra questi, il principale è “la donna ha risposto male al partner”, seguito dallo “stress lavorativo” a cui è sottoposto l’uomo e dalla necessità di “dimostrare autorità in quanto marito”. Dei tre principali eventi scatenanti la violenza, quindi, due sono legati alle norme sociali e culturali che vedono ancora la subordinazione della donna come un fatto normale.[6]
L’evoluzione del quadro normativo in Giappone sui casi di violenza domestica
In Giappone il tema della violenza domestica è stato approfondito a livello legislativo abbastanza recentemente, con l’approvazione del Prevention of Spousal Violence and the Protection of Victims; DV Prevention Act (“Legge per la Previdenza e l’Intervento della Violenza Domestica”) nel 2001, secondo la quale la definizione di violenza domestica si identifica con abusi fisici, verbali ed emotivi da parte di un coniuge sull’altro, anche a seguito di divorzio o annullamento del matrimonio.
Dal 2013 la legge è stata modificata per comprendere in generale i casi di violenza sul partner, anche senza registrazione ufficiale del matrimonio e con applicazione anche per gli stranieri residenti in Giappone. La modifica successiva risale al 2019 con l’inclusione della violenza sui minori nell’ambito domestico e l’obiettivo di fornire supporto alle vittime anche in questi casi. Inoltre, nel 2017 è stata emendata per la prima volta in 110 anni la legge sullo stupro, andando a comprendere tutti gli atti di abuso sessuale, anche su minori di diciotto anni e considerando come potenziali vittime sia donne che uomini, mentre nel 2023 la definizione di stupro è stata nuovamente modificata per comprendere tutti i casi e tipi di rapporto non consensuale.
Per modernizzare il quadro giuridico del Paese, basato sulla Prostitution Prevention Law (la Legge sulla Prevenzione della Prostituzione) del 1956, la Dieta giapponese ha quindi approvato il 19 maggio 2024 una legge che mira a fornire maggiore supporto e assistenza alle donne vittime di violenza domestica, di abusi sessuali e di povertà. La nuova legge è entrata in vigore il 14 aprile 2024 e intende migliorare ulteriormente le misure legislative in atto per aiutare le donne in difficoltà, anche grazie al lavoro incessante dei sostenitori dei diritti delle donne, che da diversi anni richiedono un aggiornamento a livello giuridico proprio per via dell’inadeguatezza del sistema esistente. Viene così previsto che siano le Prefetture stesse a modernizzare i centri di sostegno per le vittime di violenza domestica – istituiti dal 1956, ma ormai datati – dove le donne che stanno affrontando una crisi possano ricevere consultazioni, consigli e rifugio se necessario. La differenza rispetto al passato risiede proprio nel fatto che saranno le Prefetture ad assumere un ruolo attivo, supportando le donne che necessitano di aiuto in collaborazione con le organizzazioni e associazioni. Ad esempio, le Prefetture si occuperanno, tramite organizzazioni private, di trovare delle sistemazioni per le donne in difficoltà o assisterle nell’ottenere la documentazione necessaria, avendo l’obiettivo di garantire così il rispetto dei loro diritti.
Secondo il World Economic Forum Global Gender Gap Report del 2024, stilato dal Forum economico mondiale, il Giappone si posiziona al 118simo posto su 146 Paesi considerati. Inoltre, osservando uno studio pubblicato dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 2019, si può notare come la percentuale di donne che avevano denunciato abusi fisici o sessuali da parte del partner fosse al di sotto della media rispetto ad altri Paesi dell’OCSE, stabilendosi intorno al 15% – il dato più alto era quello degli Stati Uniti intorno al 36%, mentre quello più basso era quello del Canada con l’1,9%. Ciò dimostra che, nonostante il costante aumento delle denunce negli anni, in Giappone molte vittime erano ancora riluttanti ad esporsi, anche se con l’aumento dei casi di violenza durante la pandemia di Coronavirus è anche cresciuto il numero delle segnalazioni. L’atteggiamento in Giappone nei confronti delle situazioni di violenza domestica è abbastanza vario parzialmente anche a causa della posizione sociale più debole delle donne, sottolineando così come la violenza domestica sia strettamente interconnessa con la disparità di genere.
Il problema della violenza è infatti piuttosto pervasivo in Giappone, tanto che secondo un’indagine governativa pubblicata nel 2024, circa una persona su cinque ha subito violenza fisica dal partner, così come riportato anche da un coniuge su quattro. Secondo tale indagine condotta su 2.950 persone alla fine del 2023, il 18% dei partecipanti ha affermato di aver subito abuso fisico da parte delle persone che stavano frequentando, con aumento del 12,6% rispetto alla precedente indagine del 2020. Inoltre, il 22,7% delle donne che ne hanno preso parte ha affermato di aver subito violenza fisica dal partner, contro il 12% dei partecipanti uomini che hanno riferito la stessa cosa. Per quanto riguarda la violenza domestica tra coppie sposate, il 27,5% delle donne ha risposto di essere stata maltrattata fisicamente dal marito, mentre il 22% degli uomini ha risposto la stessa cosa riguardo alle mogli. Tra coloro che hanno riferito di essere stati vittime di violenza domestica, il 12,6% ha rivelato di aver temuto che la propria vita fosse in pericolo. Relativamente ai casi di abuso sessuale, il 4,7% dei partecipanti ha risposto di essere stato vittima di rapporti sessuali non consensuali, di cui l’8,1% sono donne e lo 0,7% uomini. L’indagine governativa in questione viene condotta ogni tre anni dal 1999, raccogliendo i dati tra novembre e dicembre da 5.000 individui tra i 18 e 59 anni in tutto il Giappone, e un totale del 59% dei partecipanti ha fornito risposte valide.
Con l’avanzamento tecnologico sono, tuttavia, emerse anche nuove forme di violenza e di discriminazione nei confronti delle donne da tenere in considerazione, tra cui lo stalking e il cyberstalking in particolare.
Stalking e il cyberstalking: l’aumento dei casi e le misure adottate
La legge anti-stalking è entrata in vigore in Giappone nel 2000, dopo il caso di omicidio di una studentessa universitaria avvenuto a Okegawa, nella Prefettura di Saitama, vicino a Tokyo, da parte di un uomo che aveva iniziato a perseguitarla dopo che lei aveva rifiutato di iniziare una relazione con lui.
In base a questa legge, rientrano nel reato di stalking azioni come perseguitare, chiamare al telefono e mandare messaggi o fax ripetutamente, nonostante i rifiuti, nei confronti di un coniuge, parente o una qualsiasi persona con cui lo stalker abbia una relazione sociale di qualche tipo, con lo scopo di ottenerne l’affetto e attenzioni, anche romantiche, oppure come vendetta nel caso in cui queste attenzioni siano respinte. I casi presi in considerazione erano, dunque, limitati e per questo motivo la legge è stata successivamente aggiornata nel 2012 per stare al passo con il progresso tecnologico, aggiungendo anche le minacce inviate tramite email. Viene previsto anche che la Polizia possa rilasciare avvertimenti nei confronti degli aggressori o impedire loro l’accesso a determinate aree, ad esempio dove le vittime vivono o lavorano, in modo che non vi si possano aggirare. A seguito di queste implementazioni a livello giuridico, le autorità giapponesi segnalano un aumento delle denunce di casi di stalking, molto probabilmente per un aumento della consapevolezza da parte delle vittime: nel 2000 sono stati denunciati 2.280 casi alle forze dell’ordine, mentre già nel 2001 i casi sono aumentati fino ad arrivare a 14.662, cifra che si stabilizza poi nel 2011 con 14.618 episodi, per crescere nuovamente nel 2016 con 19.920 segnalazioni.
Le vittime di stalking non sono solo giapponesi, ma anche persone straniere che risiedono in Giappone, come nel caso di Lindsay Hawker risalente al 2007, una donna inglese di 22 anni tormentata da Tatsuya Ichihashi per ricevere lezioni di inglese. Ichihashi l’avrebbe inseguita in un’area suburbana di Tokyo per costringerla ad accettare la richiesta e, dopo più di due anni e mezzo in fuga, l’allora trentaduenne è stato condannato all’ergastolo per lo stupro e omicidio di Hawker. I casi di questo tipo registrati negli anni sono numerosi: nel 2011, un uomo ha invece ucciso due familiari di una ex fidanzata nella Prefettura di Nagasaki; nel 2013 una studentessa delle superiori è stata assassinata dall’ex ragazzo a Tokyo, mentre nel 2016 una studentessa universitaria che si esibiva come cantante è stata accoltellata da un fan ossessionato e ferita gravemente.
Nel corso degli anni, il Giappone ha visto un aumento progressivo del numero di casi non solo di stalking, ma anche di revenge porn, un altro tipo di violenza nato con lo sviluppo delle tecnologie e dei social media che comporta la condivisione non consensuale di materiale intimo con l’intento di ricattare o vendicarsi della vittima, motivo per cui la legge è stata revisionata per ampliare la definizione del reato stesso. Nel 2017 è stato raggiunto un nuovo record di segnalazioni, con 23.079 consultazioni per casi sospetti di stalking in tutta la nazione, mentre 926 erano stati i casi in cui la Polizia è effettivamente intervenuta con l’arresto dei colpevoli o la segnalazione ai procuratori per infrazione della legge anti-stalking, secondo i dati forniti dalla Agenzia nazionale di polizia. I dati del 2017 mostrano anche una crescita del 16,9% delle segnalazioni alla Polizia da parte delle vittime di revenge porn, arrivando alla cifra di 1.243, dimostrando così che le persone hanno progressivamente iniziato a sentirsi meno intimorite all’idea di rivolgersi alle autorità. Infatti, con la revisione della legge la Polizia può ora rilasciare anche un ordine restrittivo senza precedenti avvertimenti o segnalazioni nei casi considerati d’emergenza, portando anche qui ad un aumento con 662 ordini restrittivi emessi nel 2017. L’ordine restrittivo, che ha la validità di un anno, vieta al presunto stalker di avvicinarsi alla vittima, e la sua violazione può comportare la sanzione penale. Una volta che la restrizione è attiva, la Polizia ha anche il compito di pattugliare il vicinato della vittima e offrire consultazioni. Secondo i dati raccolti nel 2017, sia nei casi di stalking sia in quelli di revenge porn la maggioranza delle vittime erano donne tra i venti e trent’anni (rispettivamente 88,3 % e 91,6%), mentre gli aggressori erano principalmente uomini che nella maggior parte dei casi si trovavano in una relazione sentimentale con le vittime, inclusi ex partner (rispettivamente 82,7% e 83,6%).
Anche nel 2021 l’Agenzia nazionale di polizia ha segnalato 20.000 consultazioni relative allo stalking e circa 2.500 persone sono state interrogate o prese in custodia in connessione alla legge anti-stalking, con il 75% di aggressori uomini e più del 45% di vittime prese di mira da un partner o ex partner. Tuttavia, le segnalazioni alla Polizia non sempre sono sufficienti, come nel caso di Miki Kawano, 38 anni, che è stata accoltellata più di dodici volte e uccisa sulla via del ritorno a casa nel distretto di Hakata, a Fukuoka, il 16 gennaio 2023 da parte dell’ex partner Susumu Terauchi. Kawano aveva infatti denunciato subito le persecuzioni da parte di Terauchi, che si rifiutava di accettare la separazione, e quest’ultimo aveva ricevuto un avvertimento da parte della polizia ed era stato costretto a trasferirsi temporaneamente e cambiare lavoro, poiché i due si erano conosciuti proprio sul posto di lavoro. A fine novembre 2022, Kawano aveva segnalato più volte alla Polizia che Terauchi si era presentato al lavoro, e l’aveva chiamata ripetutamente al proprio cellulare e al lavoro, portando così al rilascio di un ordine restrittivo sulla base della legge anti-stalking. La Polizia aveva anche iniziato dei pattugliamenti vicino a casa sua e si manteneva regolarmente in contatto con Kawano, la quale aveva ricevuto anche un dispositivo di emergenza che invia una richiesta d’aiuto immediata alla Polizia. Dieci giorni prima dell’attacco Kawano avevano riferito alla Polizia di non aver più avuto problemi, ma, come spiega Akiko Kobayakawa, Presidente della NPO Humanity – un’organizzazione che offre supporto alle vittime di stalking e assistenza psicologica agli stalker – molti stalker modificano il proprio comportamento dopo aver ricevuto un avvertimento o un ordine restrittivo, anche se non vale sempre nei casi di aggressori compulsivi.
I dati dell’indagine del 2024 precedentemente considerata dimostrano che lo stalking rimane un fenomeno in crescita, poiché il 14% delle donne che vi hanno preso parte ha affermato di aver subito stalking, mentre gli uomini partecipanti che hanno risposto in questo modo rappresentano il 5,7%. Anche in questo caso, gli stalker sono stati identificati nell’ex partner per un quarto dei casi, seguiti dai colleghi per il 21,6% e da compagni di scuola (17,9%). Inoltre, è necessario considerare che con l’avanzamento tecnologico anche lo stalking ha assunto in molte situazioni una nuova connotazione, ossia il cyberstalking. I crimini e reati legati a Internet sono cresciuti di pari passo con il suo diffondersi e tra questi il cyberstalking, in particolare, va a violare i diritti delle donne, le quali rappresentano il 90% delle vittime. Si definisce cyberstalking l’atto di minacciare, molestare o importunare qualcuno tramite Internet (email, social media, app e simili), utilizzando tattiche di intimidazione o ricatto e violando il diritto alla privacy e la libertà di informazione della vittima. Si tratta di comportamenti ripetuti che possono mirare ad esempio a diffondere falsità, pubblicare informazioni o foto private online o ad attaccare una persona tramite Internet. Alcuni dei fattori che possono permettere di individuare i casi di cyberstalking sono l’utilizzo dei social media per perpetrare queste azioni, andando ad invadere la privacy della vittima, l’invio di messaggi spiacevoli o fastidiosi più volte al giorno e anche attraverso diversi canali, o tentativi di ottenere il controllo tramite la raccolta di informazioni da utilizzare contro la vittima, come succede nei casi di stalking offline. Lo stalker ricorre a Internet come uno strumento per ottenere dettagli sulla vittima, unendo ciò che quest’ultima ha pubblicato su piattaforme social a dati rintracciabili online sui cui la vittima non ha controllo diretto, come ad esempio informazioni e registri pubblici legati al posto di lavoro, indirizzi, numeri di telefono e occasioni di ritrovo sociale a cui abbia partecipato.
Le persone vittime di cyberstalking subiscono impatti di diverso tipo sulla propria vita, sia a livello finanziario sia psicologico e fisico, ma studi sono stati effettuati per individuare anche i risvolti psicologici che si riscontrano nello stalker, tanto che sono stati individuati disturbi e sindromi che emergono di frequente nel quadro clinico dei criminali – per esempio, gli esami condotti hanno individuato diversi casi di schizofrenia, di disturbo delirante e di disturbo della personalità. Inoltre, gli stalker utilizzano il cyberspazio e i social media per perseguitare le vittime perché è spesso più difficile essere rintracciati e, di conseguenza, sanzionati. Sulla base degli studi effettuati sul fenomeno del cyberstalking, risulta quindi evidente la necessità di rafforzare anche dal punto di vista giuridico la gestione del cyberspazio e la tutela delle vittime, poiché metodi di tracciamento più validi e una più efficace esecuzione di norme contro il cyberstalking e di sanzioni penali per chi lo perpetra potrebbero anche funzionare come deterrente.
L’impatto della pandemia di Covid-19 sulla violenza domestica e la situazione attuale
È importante tenere conto anche del fatto che l’inizio del lockdown in Giappone, a partire dall’8 aprile 2020, durante la pandemia provocata dal Coronavirus, ha portato a un aumento considerevole delle testimonianze di episodi di violenza domestica nelle famiglie giapponesi. Tale fenomeno è stato riscontrato in vari Paesi nel mondo, tanto che l’ONU ha iniziato a parlare di Shadow Pandemic, una pandemia ombra, proprio perché le misure messe in atto per frenare la diffusione del Covid-19 prevedevano di stare in casa, intrappolando così le vittime con partner violenti con poche risorse per sfuggire agli abusi. Ad esempio, le donne in queste situazioni di abuso non potevano più recarsi nei manga café o nei centri antiviolenza, chiusi per via della pandemia, e le situazioni già esistenti di violenza domestica sono peggiorate per l’impatto negativo e lo stress provocati dal Covid-19 nelle famiglie, soprattutto a livello economico. Le testimonianze in questo periodo sono state raccolte dalla All Japan Women’s Shelter Network e sono state così incluse in una lettera al governo per chiedere misure di protezione per le vittime di violenza domestica e di abuso su minori per via dei provvedimenti presi per il Coronavirus. Alla fine di aprile 2020, il governo giapponese ha attivato una linea telefonica d’emergenza attiva 24 ore su 24 e disponibile in dieci lingue diverse per dare supporto a chi subiva violenza domestica, ma l’esperta Sachiko Nakajima, fondatrice dell’associazione NPO Resilience, sosteneva che ciò non fosse sufficiente per supportare le vittime, nonostante rappresentasse un passo nella direzione giusta.
La legge del 2001 contro la violenza domestica prevedeva che il partner violento lasciasse il luogo di residenza condiviso con la vittima per un periodo di due mesi e che, successivamente, fosse la vittima ad andarsene dal domicilio e a cercare un’altra sistemazione, basandosi sul sistema del koseki (戸籍) – il sistema dell’anagrafe delle famiglie giapponesi. Nel 95% delle famiglie, infatti, l’uomo è riconosciuto come capofamiglia, e di conseguenza la legge contro la violenza domestica di fatto costringeva la vittima a lasciare la propria casa. Tuttavia, nel periodo del Covid-19, ciò era particolarmente problematico e rendeva più vulnerabili le donne costrette ad abbandonare la casa dove vivevano e, per questo motivo, molte vittime non potevano andarsene né riscuotere i 100.000 yen di compensazione rilasciati dal governo, poiché gli assegni erano a nome del capofamiglia, ossia il partner abusivo. Nonostante tutto ciò, durante la pandemia le segnalazioni di violenza domestica sono aumentate già da marzo 2020, portando quindi alla necessità di aprire da aprile 2020 più sedi fisiche per supportare le vittime, per la maggior parte chiuse per frenare i contagi. Questo aumento progressivo delle denunce è stato dovuto in generale anche al ruolo di Internet e dei social media, che hanno permesso alle donne di confrontarsi e cercare consiglio da altre donne nella stessa situazione. La maggiore consapevolezza è anche legata all’attenzione che i mass media hanno riconosciuto al problema, ad esempio da parte di giornali nazionali come Japan Times, Asahi Shimbun e Yomiuri Shimbun, così come si deve anche al diffondersi del movimento #Metoo a livello globale.
La situazione e la presa di coscienza relativa alla violenza domestica è dunque aumentata nel corso degli anni, ma è ancora necessario adottare misure e provvedimenti per fronteggiare questo grave problema sociale. Ad esempio, risultano utili studi come quello pubblicato a settembre 2024 dall’Organizzazione non governativa Human Rights Now (HRN), con sede a Tokyo e status consultivo per l’ONU. Il report, consegnato al Comitato per l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne, si focalizza su tutte le aree di interesse per porre fine alla disparità di genere e alla violenza contro le donne di ogni tipo, individuandole e fornendo chiari suggerimenti per affrontare questi temi, e si concentra, in particolare, su discriminazione contro le donne, violenza di genere, traffico e sfruttamento della prostituzione, istruzione e lavoro, e violazione dei diritti sulla salute delle donne. Infatti, l’ONG sottolinea come ancora nel 2024 il Giappone non disponga di una chiara definizione di discriminazione, di leggi chiare e comprensive che proibiscano ogni genere di discriminazione, né di un quadro normativo in generale adatto a combattere la discriminazione, che è per questo profondamente radicata in ogni settore della società, tra cui politica, economia, istruzione, sanità, sistema giudiziario e media. Ad esempio, a causa della discriminazione sul posto di lavoro, lo stipendio delle donne che lavorano full-time in Giappone è solo il 75,7% di quello degli uomini, e secondo un’indagine del 2022 la percentuale di donne in situazioni di lavoro irregolare è così elevata da risultare sproporzionata rispetto agli uomini. Inoltre, la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente marginalizzato le donne, per via del grande numero di licenziamenti subiti da donne giapponesi sposate e con figli (con numeri di impiego tutt’ora bassi), a differenza degli uomini nella stessa situazione familiare. Ad esempio, questa ONG suggerisce di stabilire un istituto nazionale per i diritti umani, basandosi sui Principi di Parigi, emanare una legge contro la discriminazione che sia comprensiva dei vari casi e che fornisca una definizione chiara di discriminazione, e meglio applicare la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women, CEDAW), tra le varie azioni indicate nel report per dare risposte più adatte e attente ai problemi di discriminazione e violenza di genere.
Conclusioni
Da un punto di vista normativo, il Giappone è attivo nella difesa dei diritti delle vittime di violenza. Nel 1985 ha ratificato la Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women (CEDAW).
La partecipazione alla quarta conferenza di Pechino del 1995 ha creato consapevolezza del problema all’interno del Paese e ha portato alla nascita del primo National Women’s Shelter Network (NWSN).[7]
Nel 2000, il Giappone ha ratificato l’Act on Regulations Against Stalking, nel 2001 l’Act on the Prevention of Spousal Violence and the Protection of Victims e nel 2014 l’Act to Prevent Damage Due to the Divulgence of Sexual Images in Private Affairs (conosciuta come “la legge contro il Revenge Porn”). Tra il 2014 e il 2017, inoltre, ha iniziato a spingere anche per la revisione del codice penale che (denunciava l’allora Ministro della Giustizia Midori Matsushima) prevedeva per i reati di violenza sessuale pene inferiori a quelle previste per furto.[8]
L’Act on the Prevention of Spousal Violence and the Protection of Victims, in particolare, prevede che i tribunali preposti possano emettere ordini restrittivi contro i coniugi violenti.
Tuttavia, nel Paese c’è ancora molta riluttanza a denunciare, anche a causa del fenomeno del victim-blaming. I casi di violenza perpetrati da persone conosciute dalle vittime (partner, ma anche colleghi di lavoro), sono trattati diversamente dai casi di violenza subita da sconosciuti. Nei casi in cui la violenza contro le donne coincide con violenza domestica, inoltre, è ancora forte nel Paese la concezione secondo la quale “I panni sporchi vanno lavati in casa”: dai sondaggi condotti dal Governo è emerso come, nei casi di violenza domestica, il 60% delle donne e il 70% degli uomini non denuncino,[9] ed è ancora abbastanza raro che le vittime cerchino supporto e aiuto specialista (legale o medico).[10]
Qualcosa ha però iniziato a muoversi negli ultimi anni. Già prima del Covid, il numero di donne che contattavano i servizi per le vittime di violenza domestica in Giappone era cresciuto costantemente per 16 anni consecutivi.[11] I casi di Shiori Ito e la cosiddetta Flower Revolution hanno aiutato a aumentare il grado di consapevolezza civile del problema.[12] La pandemia, aumentando il tempo che le persone trascorrevano in casa, ha di fatto rinchiuso le vittime insieme ai propri carnefici, impedendo loro qualsiasi via di fuga, e ha così esacerbato il problema della violenza domestica mettendone ulteriormente in luce la criticità: una tendenza globale che l’ONU ha denominato “shadow pandemic”.[13]
Da allora, il Governo giapponese ha mosso dei passi importanti per affrontare la questione, grazie anche alle pressioni della comunità internazionale: nel 2023 il Giappone ha ospitato il G7; di conseguenza, il basso posizionamento nei ranking per l’uguaglianza di genere, per i diritti della comunità omosessuale, i casi di violenza di genere e di violenza sessuale, furono improvvisamente sotto gli occhi di tutti grazie all’attenzione dei media.
Inoltre, uguaglianza di genere e uguaglianza dei diritti non sono solo una questione di parità. Soprattutto in un Paese come il Giappone hanno anche una grande valenza economica: una maggiore partecipazione femminile al contesto sociale e produttivo permetterebbe di contrastare l’inerzia in cui versa l’economia, già esacerbata dalla crisi demografica e dalla ritrosia a introdurre in massa lavoratori stranieri all’interno del mercato del lavoro.
Ancora oggi, tuttavia, la forte tradizione patriarcale esistente in Giappone, e una divisione dei ruoli e del lavoro ancora molto rigida, continuano a rinforzarsi a vicenda, contribuendo a creare la cultura dell’invisibilità delle vittime di violenza.
La violenza di genere è strettamente legata alle disuguaglianze di genere, agli squilibri di potere, e a una rigida divisione dei ruoli e agli stereotipi.
Modificare questa situazione è un compito enorme e molto difficile, che richiederà molto tempo, molte risorse, e grandissimi sforzi.
Bibliografia
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Note
[1] Violenza di genere: definizione, dati e iniziative dell’UE per contrastarla, Parlamento Europeo, https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20210923STO13419/violenza-di-genere-definizione-dati-e-iniziative-dell-ue-per-contrastarla#che-cos-la-violenza-di-genere–7
[2] Declaration on the Elimination of Violence against Women, United Nations, https://www.un.org/en/genocideprevention/documents/atrocity-crimes/Doc.21_declaration%20elimination%20vaw.pdf
[3] Violenza di genere: definizione, dati e iniziative dell’UE per contrastarla, Parlamento Europeo
[4] Global Gender Gap 2024, World Economic Forum, http://www3.weforum.org/docs/WEF_GGGR_2024.pdf
[5] Statutory and Customary Postures on Gender Equality in the Occurrence of Domestic Violence Against Women in Japan – A Comparison with Guinea, Bennet O. I. Osiana, Electronic Journal of Contemporary Japanese Studies, 23 aprile 2025, https://www.japanesestudies.org.uk/ejcjs/vol25/iss1/esiana.html
[6] Statutory and Customary Postures on Gender Equality in the Occurrence of Domestic Violence Against Women in Japan – A Comparison with Guinea, Bennet O. I. Osiana
[7] Sexual Violence and Gender Inequality in Japan, Machiko Osawa, Cambridge University Press, 13 novembre 2023, https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/4DDDFC8C63F5BA741E3265CD73DF8755/S1557466023028802a.pdf/sexual_violence_and_gender_inequality_in_japan.pdf
[8] Sexual Violence and Gender Inequality in Japan, Machiko Osawa
[9] Japan 2023 Human Rights Report, United States Department of State, https://www.state.gov/wp-content/uploads/2024/02/528267_JAPAN-2023-HUMAN-RIGHTS-REPORT.pdf
[10] Sexual Violence and Gender Inequality in Japan, Machiko Osawa
[11] The rise of ‘Corona Divorce’ amid Japan’s domestic violence Shadow Pandemic, Suki Chung, Amnesty International, 17 agosto 2020, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/08/the-rise-of-corona-divorce-amid-japans-domestic-violence-shadow-pandemic/
[12] Sexual Violence and Gender Inequality in Japan, Machiko Osawa
[13] Domestic Violence and Japan’s Covid Pandemic, Rei Ando, Cambridge University Press, 14 marzo 2025, https://www.cambridge.org/core/journals/asia-pacific-journal/article/domestic-violence-and-japans-covid19-pandemic/1AFCA753198BD468F1C73832ECFB78F1
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