Yakuza Blues – intervista a Martina Baradel
– Federica Galvani –
La mafia giapponese, nota come yakuza, ha radici profonde nella storia del Giappone e, da sempre, ha avuto un ruolo sociale importante e continua ad averlo.
Per comprendere meglio cosa è la yakuza, quale è la sua storia, che ruolo gioca nella società e qual è il suo stato attuale abbiamo fatto due chiacchiere con Martina Baradel, professore associato presso l’Università di Nagoya, e associate member del Dipartimento di Sociologia di Oxford. Il suo principale campo di ricerca è, appunto, l’organizzazione criminale giapponese e per Rizzoli ha pubblicato Yakuza Blues – vita e morte nella mafia giapponese.
1) Il tuo libro Yakuza blues parla, come si può evincere dal titolo, di yakuza. Puoi spiegarci brevemente qual è il ruolo della yakuza oggi in Giappone?
Per spiegare la yakuza oggi bisogna partire dalla sua storia. Innanzitutto chiariamo che la yakuza è una mafia, ovvero un gruppo criminale che non si limita a vendere merci e servizi, ma offre anche forme di “protezione privata”. In altre parole, riesce a estendere il proprio controllo su determinate comunità e mercati, imponendo regole e facendole rispettare con metodi che includono la violenza. La yakuza ha radici profonde, rintracciabili nel Giappone feudale, nei gruppi bakuto (che organizzavano scommesse clandestine) e tekiya (commercianti ambulanti). Ha assunto la sua forma contemporanea nel dopoguerra, quando diversi gruppi yakuza intervennero per regolare i mercati neri fioriti nelle città giapponesi, garantendo alla popolazione l’accesso ai beni di prima necessità. Questi mercati erano luoghi violenti e, con la polizia inerme e le forze d’occupazione riluttanti a intervenire, la yakuza era l’unica in grado di controllarli e organizzarli. Nel dopoguerra la yakuza si è poi evoluta in modo simbiotico con la società e l’economia giapponese, espandendosi in una miriade di mercati legali e illegali. Negli anni ottanta ha speculato finanziariamente ottenendo enormi guadagni, ma nel 1992 furono promulgate le prime leggi anti-yakuza, che ne limitarono la sfera d’influenza senza però mettere l’associazione fuorilegge (come accade invece per l’associazione di tipo mafioso in Italia). La yakuza può quindi avere uffici, e si può essere affiliati senza incorrere in sanzioni penali. Tra il 2010 e il 2011 sono state però introdotte ordinanze anti-yakuza che hanno limitato fortemente la vita privata degli affiliati, i quali non possono più firmare contratti, affittare case e sono ormai emarginati dalla società. Sia per l’intervento dello Stato, sia per la crisi economica, sia per l’emergere di nuove alternative criminali, la yakuza è oggi in declino. Oggi la yakuza mantiene, con sempre maggiore fatica, il ruolo di regolatore del sottobosco criminale. Continua a operare in settori tradizionali come l’usura, la riscossione dei debiti, la prostituzione e le scommesse clandestine, ma il suo potere è frammentato e in costante erosione. La sua funzione di mediazione tra legalità e illegalità, un tempo centrale, si è ridotta drasticamente: la società giapponese non la considera più una presenza necessaria, ma un residuo ingombrante di un passato che non trova più spazio nel Giappone contemporaneo.
2) Il libro nasce dal tuo lavoro sul campo. Come mai hai scelto di dedicare la tua ricerca al crimine organizzato giapponese? Quale è la parte più complessa del tuo lavoro?
Penso che la società giapponese sia spesso idealizzata: viene presentata come una società perfetta, ordinata, omogenea, ligia alle regole. Ma il Giappone ha molti chiaroscuri, e uno di questi è proprio la yakuza, un gruppo prima accettato, ora più emarginato, che tradizionalmente è stata un ricettacolo per quella fetta di popolazione maschile che non poteva o non voleva vivere secondo le rigide norme della società. Come racconto anche nel libro, la prima volta che sono andata in Giappone ho conosciuto per caso degli yakuza su una spiaggia. Hanno cercato di spiegarmi la loro scelta radicale: vivere ai margini della società, seguendo regole antiche, ispirate a un Giappone remoto e fondate sul senso del dovere. Quell’incontro mi ha profondamente colpita e mi ha spinta a voler capire meglio questo lato nascosto del paese. Approfondendo, mi sono accorta che su questo tema esisteva pochissima ricerca accademica, e da lì è nata la decisione di intraprendere questo studio. La parte più complessa del mio lavoro è riuscire a entrare in sintonia con questi uomini, guadagnarne la fiducia e ottenere racconti sinceri del loro mondo. Ma ci sono sempre dei filtri: sanno di parlare con un’esterna e, inevitabilmente, cercano di mostrarsi nella luce migliore possibile.
3) La yakuza ha una storia piuttosto lunga. Quale è stato il periodo d’oro della yakuza e perché?
Credo che dipenda da quale sia il metro di giudizio. Se per periodo d’oro intendiamo quello in cui la yakuza ha guadagnato di più, allora sicuramente gli anni ottanta, quando la speculazione finanziaria e immobiliare ha permesso ai gruppi più grandi di accumulare enormi ricchezze e di infiltrarsi nel mondo dell’economia legale. Se invece intendiamo il periodo “classico”, potremmo parlare degli anni mitizzati dal cinema ninkyō, in cui la figura dello yakuza era rappresentata come quella di un uomo d’onore che proteggeva i deboli e rispettava un codice di lealtà e sacrificio. Oggi, invece, è chiaramente un periodo nero: sempre meno giovani vogliono affiliarsi, i guadagni calano e i membri sono sempre più esclusi dalla società. C’è però un aspetto interessante anche in questa crisi: mentre negli anni ottanta i guadagni facili attiravano molti giovani nel mondo della yakuza, spesso privi di un vero interesse per la sua dimensione ideologica, oggi è quasi solo quella dimensione a rimanere. Chi si affilia adesso non lo fa certo per motivi economici, ma per adesione a un sistema di valori e a una cultura che sta scomparendo.
4) Nel tuo libro dici che in Giappone formare un gruppo yakuza non è illegale. Come mai?
Il fatto che gli uffici dei gruppi yakuza non siano posti segreti ha facilitato la tua ricerca?
La legge giapponese ha un approccio un po’ diverso da quello occidentale, e vietare in maniera così perentoria la semplice appartenenza a un gruppo sarebbe considerato eccessivo. Inoltre, la libertà di associazione è uno dei valori fondamentali della Costituzione giapponese: per introdurre una legge che renda illegale la formazione di un gruppo yakuza, alcuni ritengono che sarebbe necessario modificare la Costituzione stessa. Questo, però, aprirebbe un vaso di Pandora, soprattutto oggi, quando diversi politici vorrebbero rivedere l’articolo pacifista che impedisce al Giappone di avere un esercito vero e proprio. Il fatto che gli uffici dei gruppi yakuza non siano segreti può facilitare un certo tipo di ricerca: per esempio, abbiamo condotto uno studio sui pattern degli attacchi violenti durante le guerre tra gruppi, e poter verificare se gli attacchi avvenivano vicino a un ufficio o in luoghi casuali è stato importante. Tuttavia, un ufficio non è un luogo aperto al pubblico: non ci si può presentare liberamente e chiedere di essere ricevuti, vi si può accedere solo su invito del boss.
5) Che legame c’è tra yakuza e shintō? Quanto è importante questo legame per legittimare la yakuza all’interno della società giapponese?
La yakuza è profondamente legata allo shintō, la religione tradizionale giapponese. Tutti i suoi riti fondamentali si basano sulla liturgia shintoista e sono dedicati alle divinità dello shintō. Questa connessione ha radici antiche: in particolare, i gruppi tekiya (venditori ambulanti e organizzatori di fiere) si svilupparono in stretta simbiosi con i santuari, gestendo i mercati e i matsuri che ruotavano attorno a questi luoghi sacri. Lo shintō non è una religione dogmatica nel senso occidentale del termine, ma piuttosto un sistema di credenze e rituali profondamente intrecciato alla cultura giapponese. Non esiste un testo sacro, ma vengono studiate cronache antiche come il Kojiki e il Nihon Shoki, che raccontano le origini divine dell’imperatore e della nazione giapponese. La yakuza, con la sua forte componente culturale e ideologica che si richiama al Giappone “tradizionale”, integra questi elementi per presentarsi come erede di questa storia. Il richiamo allo shintō è particolarmente visibile nel rituale più importante della yakuza, il sakazukigoto, lo scambio cerimoniale di coppe di saké che formalizza un nuovo legame tra oyabun (capo) e kobun (adepto). Questo rito, come in altre mafie, segue una sequenza precisa di gesti e parole che hanno un effetto trasformativo: sanciscono una nuova identità e modificano lo status dell’individuo. L’ambiente in cui si svolge la cerimonia è altrettanto significativo: una stanza in stile giapponese tradizionale, arredata per evocare un’atmosfera sacra. Sull’altare vengono disposti rami di sakaki, saké, sale e offerte di cibo, come in un santuario shintoista. Dietro l’altare si appendono dei rotoli che riportano il nome delle divinità a cui il rito è dedicato. Tutti gli oggetti sono disposti con estrema cura, e lo spazio viene temporaneamente sacralizzato: un luogo ordinario si trasforma in un ambiente rituale, dove si celebra l’unità e la purezza del gruppo. A livello simbolico, questo legame con lo shintō conferisce alla yakuza una sorta di legittimità culturale. Permette ai membri di rappresentarsi non solo come criminali, ma come custodi di uno spirito giapponese antico, basato sulla lealtà, la purezza e il rispetto dei riti. È una forma di auto-rappresentazione potente, che ancora oggi contribuisce a costruire l’immagine della yakuza come gruppo tradizionale più che come organizzazione criminale moderna, anche se, nella realtà, questa dimensione sacra serve soprattutto a rafforzare la coesione interna e a dare una giustificazione morale alle proprie azioni.
6) Nel tuo libro affermi “la parità di genere non esiste nel mondo della yakuza”. Puoi spiegarci meglio questo concetto? Le donne, inoltre, all’interno dei clan che ruolo hanno?
La yakuza è un mondo esclusivamente maschile. Molti dei suoi valori e delle sue norme ruotano attorno all’idea di virilità: lo yakuza è, per definizione, un “vero uomo”. In giapponese si usa il termine otokomae, che indica qualcuno che “si comporta da uomo”, ovvero incarna le qualità considerate tipiche dell’uomo giapponese tradizionale: il coraggio, la lealtà e la capacità di affrontare il pericolo con sangue freddo, senza lamentarsi, aiutando i più deboli. Il membro ideale della yakuza è quindi colui che sa esercitare la violenza se necessario, ma in modo controllato, mai contro i civili o in maniera arbitraria. È un uomo che vive il conflitto tra giri (dovere, obbligo sociale) e ninjō (sentimento, compassione): il primo richiama la lealtà verso il gruppo e l’onore, il secondo l’umanità e le emozioni personali. La tensione tra questi due poli è al cuore della narrativa della yakuza, anche nei film e nella letteratura popolare che la rappresentano. Da un punto di vista più pratico, questa costruzione della mascolinità è anche funzionale al gruppo: il potere della yakuza si fonda sulla capacità di esercitare e gestire la violenza. Non si possono imporre regole o mantenere l’ordine nel mercato illegale senza il controllo della forza. È per questo che, salvo rarissime eccezioni storiche, le donne non vengono riconosciute come membri effettivi. Detto ciò, le donne non sono completamente assenti, ma hanno un ruolo periferico, come compagne e mogli di membri del clan. La figura più riconosciuta è quella della ane-san, la moglie del boss, che si prende cura dell’honke, la casa del capo spesso connessa agli uffici, prepara i pasti per chi vive o lavora lì, aiuta le nuove reclute ad ambientarsi, media il rapporto tra il marito e i membri più giovani e si occupa di aspetti organizzativi della vita quotidiana. Alcune possono avere un peso notevole dietro le quinte, ma formalmente restano escluse dalla struttura gerarchica della yakuza.
7) In Giappone spesso quando si va alle onsen o ci si vuole iscrivere in palestra bisogna dichiarare di non avere tatuaggi. Questo perché in Giappone i tatuaggi sono visti con sospetto a causa della loro associazione storica con la criminalità organizzata.
Che tipo di tatuaggi si fanno i membri della yakuza e qual è il significato dei tatuaggi per loro?
Gli affiliati solitamente si tatuano i motivi tradizionali del tatuaggio giapponese. Questa forma d’arte si è tramandata per via orale, e il significato dei soggetti può variare anche da una regione all’altra. In molti casi, gli affiliati scelgono semplicemente ciò che piace loro o seguono il consiglio del tatuatore: non c’è una ricerca consapevole di un messaggio specifico, anche perché quel messaggio difficilmente verrebbe colto, dato che l’interpretazione dei simboli cambia nel tempo e nei luoghi. Il significato dei tatuaggi, però, va oltre la rappresentazione di una qualità particolare. Innanzitutto, costituiscono una prova della capacità di sopportazione (gaman): il tatuaggio tradizionale giapponese viene realizzato con una tecnica molto dolorosa e su ampie parti del corpo. Sopportare ore di dolore fisico dimostra forza, disciplina e determinazione. Inoltre, il tatuaggio simboleggia una decisione irrevocabile: rappresenta un impegno per la vita. Quando un affiliato si tatua, comunica al gruppo e alla società di essere uscito dal mondo dei katagi (i cittadini comuni) e di dedicare la propria vita all’organizzazione, rinunciando così a una possibile reintegrazione. Anche l’impegno economico necessario per completare un tatuaggio di questo tipo è significativo, e diventa un’ulteriore dimostrazione di dedizione verso il gruppo.
8) Nel tuo libro scrivi “ma i tatuaggi che nella vita precedente l’avevano protetta si rivelarono un ostacolo insormontabile: appena un collega o un datore di lavoro li vedeva, le veniva tolto il posto”. Perché molti membri della yakuza una volta che decidono di uscire dal clan fanno fatica a reintegrarsi nella società?
Tu scrivi che “vengono respinti dal mondo civile”, questo che conseguenze ha?
Purtroppo, la difficoltà di reintegrarsi nella società è un problema che riguarda molti ex detenuti, non solo gli ex membri della yakuza. Chi ha avuto un passato criminale spesso si scontra con una profonda stigmatizzazione sociale, e un periodo passato in prigione rafforza lo stigma. Nel caso della yakuza, però, questo processo è ancora più complesso. Anche chi decide di lasciare il gruppo resta, per cinque anni, soggetto alle ordinanze anti-yakuza cui ho accennato qua sopra. Queste ordinanze vietano formalmente a membri ed ex membri di firmare contratti di affitto, aprire conti bancari o stipulare accordi commerciali. In pratica, significa essere esclusi da molti aspetti fondamentali della vita quotidiana: in teoria non potrebbero nemmeno affittare una casa o avere un telefono. A tutto questo si aggiunge lo stigma visibile. I tatuaggi tradizionali o una falange mancante, segno di una punizione rituale, diventano marchi indelebili di appartenenza. Molti datori di lavoro rifiutano di assumere persone con questi segni per lo stesso motivo per cui le persone tatuate non possono entrare nelle onsen: non perché si tema che facciano del male, ma perché la loro presenza può mettere a disagio gli altri. È una forma di esclusione preventiva, legata più alla percezione che al rischio reale. Il risultato è che chi lascia la yakuza viene spesso respinto dal mondo civile. Questo rifiuto produce conseguenze pesanti: isolamento, povertà, depressione, e in alcuni casi un ritorno all’ambiente criminale come unica rete sociale possibile. In altre parole, l’uscita dalla yakuza non coincide quasi mai con una vera reintegrazione: è piuttosto una sospensione, una vita ai margini, in attesa che la società li riconosca di nuovo come cittadini.
9) Nel libro scrivi: “molti yakuza che ho incontrato ci hanno tenuto a sottolineare la loro utilità per il quartiere e per i cittadini, quasi il loro contributo all’equilibrio sociale potesse giustificare l’aspetto criminale”.
Un giapponese medio ha una visione positiva della yakuza? Qual è la percezione che si ha in Giappone della yakuza?
Per lungo tempo della yakuza si diceva che fosse un male necessario. Certo, dei criminali, ma con valori e leggi vicine al sentire comune, ben organizzati e interlocutori rispettabili, e quindi migliori rispetto a gruppi di delinquenti senza regole. Credo che in parte quest’immagine sia rimasta, ma il giapponese medio oggi non ha una visione positiva della yakuza, anzi, direi il contrario. La maggior parte delle persone non ha alcun contatto con la yakuza nella vita quotidiana, e probabilmente nemmeno ci pensa. Le politiche di contrasto, la stigmatizzazione sociale e il modo in cui i media ne parlano hanno contribuito a creare una netta distanza tra la yakuza e la società civile. Detto questo, esistono ancora contesti in cui la relazione è più ambigua. Mi è capitato, ad esempio, di essere con un boss della yakuza a una festa di quartiere: i residenti lo conoscevano e si avvicinavano a salutarlo con rispetto. In questi casi emerge la dimensione comunitaria e locale della yakuza, quella che molti membri stessi rivendicano: l’idea di essere utili al quartiere, di contribuire all’equilibrio sociale e di fornire una forma di protezione o di ordine locale. Bisogna ricordare che la yakuza, come altre organizzazioni mafiose, è un gruppo fortemente radicato nel territorio. Storicamente ha fornito servizi di mediazione e risoluzione delle dispute in un paese dove andare in tribunale non è sempre un’opzione facile. Questa presenza fisica sul territorio con gli uffici, le insegne, la visibilità dei membri è sempre stata una parte centrale del suo potere. Attraverso il radicamento locale, la yakuza non solo esercitava controllo, ma anche una certa forma di legittimità sociale: era vista e riconosciuta. Oggi però quella legittimità è in gran parte svanita. La yakuza non è più percepita come una presenza regolatrice o necessaria, ma come un residuo del passato, una presenza ingombrante che molti vorrebbero semplicemente scomparisse.
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