La crisi in Zimbabwe

La crisi in Zimbabwe

Sonia Del Torto

Nella rassegna sull’Africa Sub-Sahariana della scorsa settimana abbiamo accennato all’instabile situazione politica dello Zimbabwe.
Il caso dell’ex Rhodesia del sud è stato portato sotto ai riflettori della stampa internazionale a causa delle vicende susseguitesi negli ultimi dieci anni. E’ accaduto soprattutto durante la dura crisi economica nel 2009, che aveva riportato il pil del Paese ai livelli del 1953. L’inflazione, che in dieci anni aveva abbattuto il valore del dollaro zimbabwese del 99%, unita alla contrazione della produttività agricola, a fenomeni di carestia, violenze, autoritarismo politico e isolamento internazionale, hanno reso lo Zimbabwe, conosciuto come il granaio dell’Africa e secondo produttore mondiale di tabacco, un importatore netto di derrate alimentari.

In questa analisi cercheremo di capire quali sono state le cause che hanno innescato il processo storico di elaborazione della crisi attraverso una disamina dei processi messi in atto dal colonialismo prima, e dai governi post-coloniali in seguito, fino ai nostri giorni. Faremo inoltre particolare attenzione agli effetti che tale crisi ha prodotto a livello interno. Vedremo quali sono stati gli attori principali che hanno causato negli anni un’escalation della crisi: la madrepatria, gli agricoltori bianchi e la classe dirigente post-indipendenza dello Zimbabwe. Analizzeremo parallelamente alla crisi politica, quella sociale, legata all’annosa questione della terra, la cui rilevanza dipende dal peso economico rivestito dall’agricoltura nell’economia nazionale. Basti pensare che circa il 70% della popolazione vive tutt’ora nelle aree rurali e che il settore agricolo contribuisce al Pil per una quota che si aggira attorno al 20% e agli introiti da esportazioni per il 40%, mentre il 60% del settore manifatturiero dipende dai prodotti agricoli.

Tuttavia per comprendere le cause della crisi non si può prescindere dalla struttura sociale sulla quale s’innestarono i problemi e i protagonisti del periodo post-indipendenza.
Come sostrato vi era una struttura gerarchica che vedeva un accesso ineguale alle risorse naturali, legittimato da una formale discriminazione razziale. Nel 1898 Cecil Rhodes, attraverso la Royal Charter ottenne l’affermazione della sovranità inglese sul territorio rhodesiano. La popolazione fu soggiogata e marginalizzata durante il processo di insediamento. Dal 1923 gli indigeni furono di fatto esclusi dal processo elettorale. Nel 1930 invece il Land Apportionment Act codificò la confisca delle terre da parte dei settler, gli agricoltori europei, che contavano poche migliaia di persone, alle quali fu affidato il 51% del territorio rhodesiano più fertile. Avviò inoltre il processo di segregazione di milioni di Rhodesiani neri nelle periferiche e aride terre delle “riserve”, sfruttate secondo modalità comunitarie (Native Purchase Area) .
L’intervento coloniale determinò una distorsione della cultura “africana”, con la manipolazione della tradizione precoloniale e la nascita di un nuovo sistema consuetudinario e di autorità. Lo scopo era quello di disorganizzare le vecchie classi dominanti indigene, ristrutturarle e confinarle in un “sistema tribale”. L’intento era duplice: rafforzare il ruolo della nuova autorità, ma soprattutto, salvaguardare l’intromissione europea a scapito della “conservazione/reclusione africana” portando all’esasperazione la cristallizzazione delle “nuove” differenze “etnico-culturali” fra i due attori politici.
L’identificazione delle “tribù”, intese come costruzioni mentali, il riconoscimento delle autorità e della loro concentrazione di potere, erano congeniali al sistema dell’indirect rule, nato dalle necessità economico-finanziarie dei coloni di incrementare gli introiti provenienti dalle proprie colonie contenendo al massimo le spese per il mantenimento dell’ordine all’interno dei territori posseduti.

Il meccanismo che sovrintendeva alla segregazione razziale di accesso alla terra venne solo formalmente abrogato nel ’79, con gli accordi di Lancaster House che posero fine alla sanguinosa lotta di liberazione, ma di fatto la situazione cambiò poco. Il rapporto malato tra produzione e lavoro si era ormai strutturato. Ad esempio, il sistema di lavoro migrante e temporaneo era diventato ormai funzionale ai processi dello sviluppo economico. I trasferimenti forzati di popolazione erano utilizzati sia per la creazione di lavoro a basso costo e l’eliminazione della competizione dei produttori africani, sia per creare un sistema di gestione del controllo sociale e di assoggettamento degli indigeni. La Costituzione di Lancaster, nota come “compromesso storico” prevedeva da un lato l’accettazione di ingenti privilegi a favore degli europei, dall’altro lato, riconosceva l’autorità e la legittimità del governo scaturito dal processo di indipendenza.

A guidare la prima fase post-indipendenza, aggiudicandosi la vittoria delle prime elezioni fu Robert Mugabe. Egli rappresenta la figura più discussa e controversa di tutta l’Africa Sub-sahariana. Considerato per molto tempo un eroe nazionale, dopo esser stato incarcerato dal 1964 al 1974 per attività antigovernative, ha avuto un ruolo determinante nell’ottenimento dell’indipendenza e nella lotta all’apartheid. Ha dominato la vita politica del Paese, collezionando 7 mandati consecutivi, di cui 2 non imposti o ottenuti con l’ausilio di repressioni, violenze o brogli elettorali e intimidazioni.

Durante il suo primo mandato Mugabe diede avvio alla prima delle tre fasi storiche del suo governo: quella della riforma agraria, nota come Programma di Reinsediamento Agricolo, parzialmente finanziato dal Regno Unito. L’obiettivo primario della riforma era la riduzione della pressione demografica nelle Communal land, quelle abitate dai neri ad uso comunitario. Ma lo scopo non fu mai raggiunto. La pressione diminuì del 10%, una percentuale troppo esigua che non ha assolutamente modificato né il modello di distribuzione della popolazione né i sistemi di accesso alla terra sviluppati in periodo coloniale. Di fatto, il governo utilizzò i fondi a disposizione per distribuire proprietà a familiari e suoi fedeli, mentre i piccoli proprietari terrieri o i senza terra spesso non riuscirono neanche a permettersi l’acquisto di appezzamenti modesti. La prima riforma agraria costituì una scelta politica transitoria, che manteneva un approccio dall’alto verso il basso nella definizione dei sistemi amministrativi e, un adeguamento alla struttura economica dualistica: un’economia retta e gestita da europei in una situazione di pesante dipendenza dall’esterno.

Dopo le elezioni del 1990, che videro la schiacciante vittoria dello ZANU-PF, con la conquista di 117 seggi su 120, Mugabe diede l’avvio all’implementazione dell’ESAP (Economic Structural Adjustment Programme) e alla politica di indigenizzazione. Il piano di aggiustamento strutturale prevedeva una riforma politica fiscale e monetaria, la liberalizzazione del commercio e una deregolamentazione economica. L’attuazione di questo pacchetto di misure ortodosse, sponsorizzato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale prevedeva un drastico taglio alle spese pubbliche e nei servizi statali quali istruzione e sanità, la deregolamentazione delle condizioni lavorative, svalutazione della moneta per attrarre capitali stranieri e privatizzazioni. I tagli nel settore pubblico, l’erosione dei servizi sociali e l’elevato tasso d’inflazione (oltre il 40% annuo) hanno causato un aumento del tasso di disoccupazione del 35% e la caduta dei salari del 9,9% nel periodo ’91-’95, con un aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di oltre il 600% .
L’enfasi posta sulla crescita della produzione agricola destinata all’esportazione non si è tradotta in un adeguato supporto alle medie e piccole imprese, le quali sono state direttamente colpite dall’eccessiva liquidità dovuta all’inflazione e dalla liberalizzazione dei prezzi di molti prodotti.

L’ESAP consolidò l’utilizzo di pratiche antidemocratiche e un accesso alla terra elitario. Si colloca infatti in questo periodo la seconda fase della riforma agraria, la cosiddetta Compulsory acquisition (Land Acquisition Act) durante la quale furono abolite le norme a tutela degli agricoltori bianchi, fu consentita l’acquisizione forzosa da parte del governo, furono introdotte le limitazioni riguardanti le dimensioni delle fattorie, una tassa sulla terra e dei criteri per l’identificazione di fattorie da espropriare, come la sottoutilizzazione, il sovradimensionamento, l’assenteismo dei proprietari,ecc. Dal 92’ al 97’ si inasprirono i rapporti fra i proprietari delle terre espropriate, il governo e la popolazione. I primi non vollero cedere in alcun modo i privilegi avuti fino a quel momento e non tollerarono le espropriazioni e le occupazioni forzose. I piccoli proprietari non videro cambiamenti nella loro situazione per la mancanza del capitale necessario per l’acquisto delle terre. Gli unici che furono agevolati dal processo di indigenizzazione e dall’ESAP furono i grandi proprietari terrieri e la nascente borghesia nera, vicina a Mugabe e rappresentata dall’IBDC . La seconda fase della riforma agraria si tradusse di fatto in una formula di sostituzione razziale nell’agricoltura a scapito dei piccoli coltivatori neri, esclusi dal processo di indigenizzazione.

Negli anni ‘90 le fratture politiche interne e l’aumento della crisi economica alimentarono la rottura del consenso post-indipendenza e trasformarono la lotta interna per la democrazia. Nel tentativo di riottenere consensi, il presidente Robert Mugabe e il dominante ZANU-PF, articolarono la crisi attraverso la rielaborazione di un rinforzato progetto nazionalista e posizioni anti-imperialista e Panafricane. Il recupero strumentale del concetto di “nazionalismo”, che negli anni delle lotte di liberazione, era riuscito a catalizzare le più svariate forze centrifughe presenti nella società, fornendogli una visione ideologica unificante, si rivelò un surrogato per reintegrare le masse nel quadro politico. L’obiettivo era infatti quello di controllare le masse, marginalizzare le criticità strutturali, soffocando e rinviando programmaticamente le fratture. Il processo di occupazione delle terre da parte dei veterani fedeli a Mugabe e l’intervento nella guerra in Congo dopo il 98’ verranno così giustificati, per esser collocati all’interno di un linguaggio legittimo di riparazione storica, di risarcimento per l’ingiustizia coloniale e di rinnovata solidarietà africana.

Il ’97 rappresentò un momento di svolta per la questione agraria. Avvenne un mutamento di potere all’interno del partito governativo e i veterani di guerra, riuniti nello ZLWVAZ (Liberation War Veterans Association of Zimbabwe) riconquistarono un punto centrale nello scenario politico. Furono proprio loro ad istigare l’adozione di un metodo centralista di acquisizione obbligatoria della terra su scala massiccia. Essi erano pochi numericamente, ma la causa da loro sposata ebbe un vasto consenso in ambito rurale e un alto potenziale di mobilitazione. In questo senso il movimento di occupazione delle terre scoppiato negli anni 2000 è stato definito come “politicamente organizzato ma socialmente motivato” . Esso è stato istigato centralmente, ma si è differenziato in base ai diversi impulsi che lo hanno guidato, interessi locali di veterani, leader tradizionali e non, organizzazioni informali delle comunità. E’ quest’ampia base d’insofferenza e disperazione, forgiata dalla durezza della situazione economica esistente e da rivendicazioni mai ascoltate prima d’ora, che ha reso possibile la mobilitazione delle popolazioni rurali da parte dei veterani e del partito di governo.
Le occupazioni delle terre si erano radicate progressivamente nell’immaginario collettivo come uno strumento di giustizia e di riparazione dei torti subiti. Dagli anni ’80 fino a quel momento, avevano attraversato varie fasi, dapprima con una bassa intensità fino ad arrivare ad una vera e propria appropriazione violenta nel 2000. Gli interessi dei piccoli produttori, dei poveri rurali e dei senza terra non vedevano infatti alcuna rappresentazione o tutela. Neanche lo ZFU (Zimbabwe Farmers Union) era in grado di tutelarli poiché gestito da un’elite di agricoltori specializzati più vicini alle richieste di tutela della proprietà privata e dei loro scopi produttivi che alla difesa delle esigenze dei contadini neri.

La terza sfida al governo si presentò con le elezioni referendarie nel febbraio del 2000 e con quelle parlamentari nel giugno dello stesso anno. Il risultato referendario bocciò la proposta della nuova stesura costituzionale, la quale conteneva una clausola inerente l’acquisizione di terre senza indennizzo. Ed è a questo punto che i veterani e il partito di governo fecero riesplodere il problema della terra, dando il via libera alle occupazioni delle fattorie dei proprietari bianchi. L’occupazione divenne un elemento chiave nella strategia cinica di Mugabe, poiché riusciva a soddisfare l’obiettivo di rinforzare le sue prospettive elettorali, manipolando la brama popolare di una riforma della terra e recuperando la retorica nazionalista e anti-colonialista, soprattutto nella area rurale Shona. Inoltre, in questo modo riusciva a fermare lo spostamento di investimenti dagli agricoltori commerciali bianchi verso l’MDC. Le violenze, gli assassini, le rapine avvenute durante le occupazioni continuarono a ripetersi indisturbate sotto gli occhi della polizia, del governo e con l’intervento diretto della CIO ( Central Intelligence Organisation) e dell’esercito. Negli anni seguenti proseguì il processo di occupazione, si svilupparono occupazioni parallele a quelle dirette dallo ZANU-PF e dai veterani, come quelle condotte da governatori provinciali, gruppi indipendenti, parlamentari, leader tradizionali e notabili, e quelle sostenute dalle comunità locali o da associazioni di lavoratori. Queste occupazioni assumevano un aspetto criminale ancor più marcato e venivano usate per intimidire i proprietari, estorcere denaro ed acquisire diritti di mezzadria. Si arrivò nel 2000 ad oltre 1000 casi. Il governo aveva lasciato che la situazione sfuggisse a qualsiasi controllo.
In quegli anni si è assistito ad un ulteriore aggravio dell’uso sistematico ed estensivo della violenza nei confronti dei lavoratori agricoli e degli agricoltori commerciali. Nel 2002 era stata approvata dal Parlamento una legge sull’ordine pubblico e la sicurezza nazionale che andava a restringere le attività degli organi di stampa, limitando la libertà di parola e d’ espressione.

I termini di questa strategia autoritaria peggiorarono con l’inizio di una dura repressione degli oppositori e di tutti i dissidenti. La propaganda elettorale per le elezioni parlamentari venne svolta in un clima di terrore e violenza. Il manifesto dello ZANU-PF riecheggiava la guerra di liberazione e il ruolo risolutivo svolto dal partito, introduceva la logica maniacale del nemico interno da combattere, incarnato dai bianchi e che trovava voce nell’MDC. Lo ZANU-PF traeva il suo maggior sostegno proprio nelle aree rurali, dove le intimidazioni e le violenze risultavano più efficaci, approfittando anche dell’elevato tasso di analfabetismo dei braccianti, della visione tradizionale e meno attenta ai cambiamenti che stavano attraversando il paese. L’MDC invece, non poteva far appello a glorie o a successi passati, data la sua recentissima nascita, né poteva contare su un’organizzazione capillare permeata nel tessuto sociale. I suoi candidati erano personalità quasi sconosciute all’opinione pubblica e non potevano che incarnare il sogno del “cambiamento”, cercando un riferimento soprattutto nelle aree urbane, quelle più avverse al partito di governo, come l’area di Matebeleland.

Nel 2000 fu inaugurato il Fast Track Resettlement Programme che si prefigurava l’obiettivo di utilizzare in maniera più razionale ed efficace la terra e le risorse del paese attraverso una redistribuzione, anche delle terre sottoutilizzate, ai nuovi agricoltori di piccola e media scala. Venivano applicati due modelli: il modello A1 regolava il reinsediamento dei piccoli contadini africani, garantiva terra arabile, diritti di pascolo nell’area comunitaria e all’allevamento di bestiame, con lo scopo di decongestionare le Communal Land ed offrire terre ai poveri e ai gruppi marginali. Il modello A2 invece prevedeva la distribuzione di tenute medio-grandi agli agricoltori africani. Dal 2002 si poté notare una diminuzione dei senza terra, da 500.000 a 200.000 ed un aumento delle piccole e medie aziende agricole familiari e dello spazio riservatogli.
Gli effetti ottenuti, tuttavia, non furono quelli sperati. Il Fast Track presentava numerose lacune e si capì subito che una redistribuzione arbitraria e poco scrupolosa della terra non garantiva alcun tipo di giustizia sociale. I beneficiari del binario A1, i piccoli contadini, di fatto non furono messi nelle condizioni di poter intraprendere attività agricole efficienti e produttive, poiché non li furono forniti gli strumenti adeguati, come attrezzi agricoli moderni o fertilizzanti. A questo si aggiunse la perpetrata violazione dei diritti umani degli agricoltori bianchi e dei lavoratori salariati. La posizione di questi ultimi è passata in secondo piano anche ai riflettori della stampa internazionale. Questo gruppo nasce storicamente dall’esigenza dei colonizzatori di manodopera a basso costo. Molti di loro erano originari dei paesi vicini, soprattutto del Mozambico, Malawi e Zambia ed è, proprio la loro categorizzazione come “stranieri”, che secondo l’approccio nazionalista non li rende titolari dei diritti di proprietà. Anche dopo l’indipendenza, erano considerati ancora come una categoria a sé stante, condannati a restare semplici lavoratori salariali nelle fattorie, senza possibilità di accesso alla terra. Ad essi è negata la partecipazione alla vita politica ed economica del Paese. Il Fast Track ha rappresentato di sicuro una minaccia alla loro sopravvivenza, poiché la sorte dei salariati agricoli era strettamente legata a quella dei loro agricoltori commerciali bianchi.
Nel complesso la riforma agraria è stata incentrata sull’analisi dei costi/ benefici e non in termini di riequilibrio delle ingiustizie sociali e politiche ed ha reso i lavoratori salariali il gruppo sociale più vulnerabile nel periodo post-riforma.
La crescente mancanza di beni alimentari di prima necessità (-45%), il crollo delle esportazioni (tabacco in primis), l’aumento vertiginoso del tasso di disoccupazione (salito al 95%) e la drastica riduzione delle importazioni (in particolare di greggio) hanno costretto il Paese – già piegato dal problema dell’AIDS – a dover fare i conti con un nemico altrettanto tremendo: la fame. Così Robert Mugabe ha legato indissolubilmente la propria vita a quella del Paese, compromettendone non solo il futuro ma anche il presente. Tra il 2007 e il 2008 il Paese ha conosciuto quel fenomeno conosciuto come iperinflazione, con un tasso di crescita dei prezzi che due economisti della Johns Hopkins University, Steve Hanke e Alex Kwok, hanno calcolato intorno agli 80.000.000.000% ed con il dollaro zimbabwano svalutato a 2 miliardi di dollari USA, costringendo il governo a ritirarla dalla circolazione.

Nel 2008 il risultato delle elezioni non fu una sorpresa. La campagna elettorale era stata segnata da intimidazioni e brogli prelettorali e dopo il primo turno. Tali furono gli scempi che al secondo turno si candidò solo Mugabe. Né il partito d’opposizione né la comunità internazionale accettarono il verdetto così si cercò una soluzione negoziata, che si concluse solo nel 2009 con la nomina del nuovo governo di coalizione tra Zanu-Pf e Mdc. Lo stallo politico intorno alle questioni più spinose che dividevano lo Zanu-Pf e il Mdc, ovvero il dibattito sulla riforma agraria, la nomina dei governatori del Mdc, la legge sull’indigenizzazione e la sicurezza interna, ha limitato il governo di unità nazionale a una gestione politica volta ad assicurare solo la risoluzione delle questioni più urgenti, quali la fornitura dei servizi sociali essenziali e la lotta alla devastante inflazione.

Nel 2013 Mugabe ha stabilito unilateralmente e a sorpresa la date per le consultazioni elettorali. Le elezioni sono state vinte dallo Zanu-Pf ma a causa dei brogli e delle costrizioni, il risultato non è stato riconosciuto. Mugabe ha nuovamente paralizzato i processi istituzionali e minimizzato la possibilità che il governo dia vita a riforme sostanziali.
Alcuni segnali di ripresa si sono visti, grazie anche alla discesa dell’inflazione dovuta principalmente alla sostituzione della moneta nazionale con il dollaro americano. Altrettanto apprezzabile il timido, ma costante, aumento del del PIL tornato tra il 3 e il 5% e, secondo le previsioni, destinato a crescere ulteriormente. Tuttavia, la situazione generale resta particolarmente grave. La grave crisi ha minato fino alle fondamenta l’architettura sociale dello Zimbabwe. La corruzione dell’elite governativa continua a minare la credibilità interna e internazionale di un Paese in cui la disparità tra coloro che gestiscono il potere e i comuni cittadini è spaventosamente grande e in continuo aumento. L’inflazione e le violenze di questi anni hanno spinto poi molti docenti a emigrare all’estero, causando la chiusura di scuole e università. Come conseguenza tasso di alfabetizzazione, da sempre uno dei più alti di tutto il continente, è sceso vertiginosamente. La povertà, salita a livelli impressionanti dal 2008 (oggi attestata all’80%), ha minato la salute di un Paese già martoriato dal’AIDS che colpisce un terzo della popolazione. Il suo “padre-padrone”, Robert Mugabe, si è auto-investito di un divino ius vitae ac necis, come se la propria vita e quella del suo Paese fossero indissolubilmente legate. Come il suo presidente, lo Zimbabwe sta invecchiando, martoriato non dal passare del tempo, ma dalla corruzione delle istituzioni, dalla povertà e dalle malattie che affliggono il suo popolo. Piccoli segni di ripresa si intravedono, ma perché essi siano effettivi ed efficaci è necessario un cambio radicale al vertice e l’instaurazione di un sistema istituzionale democratico che rimetta al primo posto un Paese dalle potenzialità economiche strategiche per l’intero continente africano.

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