Pyongyang blues: intervista a Carla Vitantonio

Pyongyang blues: intervista a Carla Vitantonio

Federica Galvani

“La Corea del Nord stava nel mio immaginario, e in quello di amici e compagni, come un meteorite impazzito in un universo geopolitico altrimenti ragionevolmente ordinato: pareva che la guerra fredda fosse finita per tutti tranne che per i nordcoreani”.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Carla Vitantonio che ha vissuto quattro anni in Corea del Nord, lavorando prima come insegnante di italiano e poi come capo missione per una Ong internazionale.

Carla ha scritto Pyongyang blues (add editore), un libro/diario dove racconta della sua esperienza di vita in questo Paese.

1 – La Corea del Nord, anche vivendoci, sembra essere una realtà piuttosto complessa da comprendere. Nel libro dici “Niente, non ho capito niente di questo Paese”. Come mai è così inafferrabile?

Da un lato, questa è un’affermazione che faccio, in varie misure, rispetto a tutti i paesi in cui ho vissuto. Non credo di averci capito niente. Non credo sia davvero possibile capire qualcosa di una cultura tanto differente dalla nostra. Osserviamo, scaviamo, supponiamo, se siamo fortunati a volte qualcuno ci svela un piccolo segreto, socchiude una cortina davanti a eventi altrimenti per noi immaginabili, ma possiamo davvero capire un altro che é tanto alieno? Nel caso della Corea del Nord questa mia sensazione è amplificata. E’ come se la Corea avesse dei segreti, o forse un unico grande segreto a livello sistemico, questa stessa unità monolitica scandita dietro la torre del Juche, e ogni cittadino ne è custode. In Corea del nord non ci sono stati volontari a scostare la cortina, non ci sono state gentilezze, e la distanza culturale è tale da non permettere paragoni, similitudini.

2 – Se dovessi scegliere 3 parole per descrivere la Corea del Nord quali sceglieresti e perché?

Non sono per nulla brava al gioco delle tre parole. Anzi, non sono per nulla brava a giocare in genere (e mentre lo scrivo mi rendo conto che ho strutturato il mio libro come un gigantesco monopoli, dal quale non c’è modo di uscire vincitori), però tre parole significative possono essere inafferrabile, cruda, circolare.

3 –  Una parola che torna spesso nel libro è Paranoia. Paranoia di cui sono tutti vittima, sia i coreani sia gli expat. Questa paranoia da cosa è causata? Alla fine i coreani sono “terrorizzati, come ci volevano far credere in Corea del Sud, o invece vivono di una felicità inspiegabile e segreta”?

Io credo che i coreani del nord, come tutti gli esseri umani, vivano quotidianamente degli stati contraddittori, e che sì, siano felici di una felicità inspiegabile e segreta, ma anche terrorizzati. Proprio al tempo stesso. La natura confuciana della relazione con lo stato potrebbe spiegare parzialmente questo apparente paradosso. La paranoia fa parte di questo equilibrio e il sistema riesce con una serie di meccanismi di pressione e ricatto psicologico (ma non solo) a instillarla in tutti quelli che occupano il territorio nazionale, inclusi gli stranieri. Il potere assoluto e inspiegato (di proposito) del regime sottrae la possibilità di sentirsi sotto controllo e dunque è facile temere che qualcosa non vada come deve.

4 –  “Il punto è che siamo così idealogicamente terrorizzati da questo Paese che fare un’analisi lucida è impossibile. Se dicessi quello che penso, sarei accusata di essere pro regime. Nessuno penserebbe ah, questa sta cercando di fare una lucida analisi sociopolitica. No. Rispetto a questo Paese o si è pro o si è contro. E noi siamo contro”. Non possiamo non chiederti, cosa pensi?

Quello che penso è proprio ciò che ho cercato di descrivere nel capitolo del libro in cui parlo dell’Arirang, ovvero che anche in un luogo come questo i cittadini possano essere orgogliosi di rappresentare il proprio paese, che possano avere dei sentimenti genuinamente patriottici e che ne abbiano ragione. Che la Corea del Nord non è il male e che ci sono innumerevoli sfumature le quali rendono impossibile un giudizio monolitico.

5 – Nel tuo libro si parla poco della miseria in Corea del Nord.
Leggendo, ad esempio, il libro di Yeonmi Park “La mia lotta per la libertà”, invece, sembra che la maggior parte della popolazione non abbia accesso al cibo e viva in condizioni molto precarie.
Come si vive, quindi, in Corea del Nord? La miseria e la povertà sono un problema serio?

Questo è un tema molto delicato perché il libro che citi è stato scritto da un defector. I defectors hanno delle storie tragiche alle spalle, e in ogni caso hanno deciso di giocarsi tutto per lasciare il proprio paese. Vivono una lacerazione incolmabile. In più, una volta arrivati “dall’altra parte” sono praticamente abbandonati a loro stessi. Dunque la drammatizzazione del vissuto e la trasformazione di questo vissuto in materiale vendibile è parte della dinamica di sopravvivenza di molti defectors. Non sto dicendo che nulla sia vero, ma che più di una volta sono stati scoperti dati incorretti e falsi nelle storie dei defectors. Io non conosco la persona e non posso giudicare la completa veridicità della sua storia. E’ vero tuttavia che al tempo della sua defezione la Corea viveva la grandissima crisi degli anni Novanta, una crisi che ha prostrato il paese e durante la quale la gente viveva in uno stato di estrema precarietà. Moltissimi morirono, alcuni di fame, altri di freddo. Questa epoca si è conclusa da tempo e, sebbene le agenzie delle Nazioni Unite dichiarino che siamo ancora in uno stato di precarietà alimentare per quanto riguarda alcune fasce della popolazione, non ci sono paragoni con il passato. Questo nel libro lo spiego quando parlo del passaggio, da parte del PAM, dalla EMOP alla PRRO. Infine vorrei aggiungere che, per lo meno per quanto riguarda la mia esperienza, io non mi sento di usare la parola “miseria” con la Corea del Nord. I coreani possono essere poveri, indigenti, possono patire fame e freddo ma sempre con una grande dignità. Ancora una volta sottolineo che in questo libro io mi limito a documentare cose che ho visto con i miei occhi, e che non posso disegnare teorie generali, o svelare verità universali.

6 – A livello geopolitico quali sono stati i cambiamenti più importanti che hanno caratterizzato la Corea del Nord negli ultimi anni? Dal libro sembra che la Cina abbia una influenza molto forte e nell’ultima parte del libro dici “Ho visto la mia Rimini Nord scomparirmi davanti agli occhi e ho visto anche il futuro, la Cina più bieca e insopportabile delle persone senza grazia, che ti ignorano anche se sei lì davanti a loro con una domanda”. Ci puoi delineare in breve la situazione di questo Paese?

Io credo che il passaggio sistemico maggiore sia stato un sottile ma innegabile affossamento della songun (military first). Questo passaggio, da una supremazia delle forze armate a quella del partito, è stato silenzioso e costante a partire dall’inizio della nuova leadership (Kim Jong Un). Come ho avuto modo di dire, basta guardare nei discorsi di capodanno la quantità di volte in cui la parola songun è nominata: il numero decresce ogni anno.

Che il paese stia cercando di affrontare i cambiamenti globali, pur a suo modo, e che stia prendendo in qualche modo a esempio il modello cinese, mi pare anche piuttosto evidente, ma mi domando se questa non sia stata un po’ una scelta obbligata, dovuta al peggioramento dell’embargo e dell’isolamento internazionale. Infine, come documento nel libro, ci sono moltissimi cambiamenti a livello comunitario. Io per esempio menziono l’apparizione dei pannelli solari, che risolvono moltissime necessità di base, in tutta la popolazione. In certa maniera, e attraverso una linea che favorisce la percezione di una continuità con il passato, il paese prova a mettersi al passo con i tempi. Nel libro menziono molti esempi, per esempio la potente “intranet” che i coreani pensano essere intercambiabile con quello che fuori dalla Corea è Internet, i nuovi gruppi musicali e l’introduzione di alcuni fenomeni di costume prestati dall’esterno.