Sahel Africa

Il Sahel come Nuovo Epicentro della Transizione Multipolare: Sovranità, Resistenza e Fine dell’Egemonia Occidentale

Matteo Forlani-

Il Sahel nella transizione geopolitica globale

Negli ultimi anni, il Sahel è emerso come uno degli spazi più strategici e controversi dell’intero sistema internazionale. Per lungo tempo considerata una regione periferica e scarsamente rilevante per le grandi dinamiche globali, questa fascia che attraversa l’Africa da ovest a est — dal Senegal al Sudan — è diventata progressivamente un crocevia di tensioni politiche, insorgenze armate, mutamenti istituzionali e competizione tra potenze esterne. La crisi libica del 2011 e quella maliana del 2012 hanno rappresentato un punto di svolta: la caduta del regime di Gheddafi ha liberato flussi di armi e combattenti, destabilizzando tutto il quadrante saheliano; la rivolta tuareg e la successiva avanzata jihadista in Mali hanno inaugurato un ciclo di interventi militari francesi e internazionali che, invece di stabilizzare, hanno contribuito ad alimentare nuove tensioni. Da allora, la regione è diventata il principale epicentro mondiale della violenza jihadista, come attestano i dati più recenti del *Global Terrorism Index (GTI), che colloca il Sahel come il principale epicentro mondiale del terrorismo in termini di vittime e intensità della violenza. Mali, Niger e Burkina Faso registrano quasi la metà dei morti legati al terrorismo a livello globale e sono teatro di uno dei più complessi ecosistemi insurrezionali del mondo, dove agiscono simultaneamente le branche locali di al-Qaida e dello Stato islamico, milizie comunitarie, gruppi criminali transfrontalieri, ribelli secessionisti e attori armati stranieri, inclusi i cosiddetti Africa Corps, eredi delle reti mercenarie russe legate al gruppo Wagner. Nonostante un apparente calo del numero totale di attacchi negli ultimi anni, la letalità degli episodi è aumentata, segno di una trasformazione qualitativa della violenza. Eclatanti sono i casi del Burkina Faso, che dal 2022 è il Paese più colpito dell’intera regione: ai massacri jihadisti si aggiungono quelli condotti dalle forze armate burkinabé, come gli episodi di Nondin, Soro e Solenzo. Nel contempo, l’IS-Sahel ha incrementato la propria potenza di fuoco e le sue operazioni in Niger, contribuendo a un ulteriore deterioramento della sicurezza lungo il corridoio orientale del Liptako-Gourma. Il conflitto non è più confinato all’area interna del Sahel. Si è esteso verso i Paesi costieri dell’Africa occidentale, ridisegnando gli equilibri di paesi come Benin, Togo e Costa d’Avorio, fino a lambire Senegal e Ghana. Questo allargamento geografico rivela il fallimento di un decennio di strategie antiterrorismo guidate dall’Occidente, incapaci di contenere l’espansione dei gruppi armati e spesso controproducenti nel loro approccio militaristico. Nel frattempo, la regione ha conosciuto un ciclo di instabilità politica senza precedenti, la cosiddetta “stagione dei colpi di Stato” che ha interessato Mali, Ciad, Guinea, Sudan, Burkina Faso e Niger. La simultaneità dei golpe non è casuale: è il prodotto del crollo del consenso nei confronti di élite percepite come corrotte, incapaci e troppo legate agli interessi francesi e occidentali. A livello geopolitico, questo insieme di processi ha trasformato il Sahel in una delle principali arene della transizione multipolare in corso, dove si intrecciano la crisi dell’ordine occidentale e l’emergere di nuove alternative politiche, economiche e ideologiche.

Dalle rivolte del 2011 alla stagione dei colpi di Stato

Le crisi politiche del Sahel non sono eventi isolati. Esse si radicano in una lunga genealogia di instabilità istituzionale, governance fragile, confini arbitrari e tensioni socioeconomiche ereditate dal periodo coloniale. Dalla fine degli anni Novanta, il Salafismo armato ha cominciato a insinuarsi lungo la fascia saharo-saheliana, sfruttando il vuoto di potere lasciato dagli Stati postcoloniali e le fratture identitarie fra comunità pastorali e agrarie. L’insurrezione jihadista algerina degli anni ’90, repressa con brutalità dal regime di Algeri, si è progressivamente riversata verso sud, incontrando una regione priva di infrastrutture, servizi, opportunità economiche e presenza statale stabile. Negli anni successivi, la militarizzazione delle politiche di sicurezza occidentali ha ulteriormente appesantito queste tensioni. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti hanno avviato politiche anti-terrorismo trans-sahariane, mentre la Francia ha mantenuto il suo ruolo tradizionale di potenza interventista. Tuttavia, l’attenzione esclusiva al jihadismo come causa — e non come sintomo — dell’instabilità ha prodotto strategie miopi, incapaci di comprendere il carattere ibrido della sovranità saheliana. La “stagione dei colpi di Stato” apertasi nel 2020 è dunque il risultato della convergenza di più fattori: frustrazione popolare verso élite percepite come subalterne all’Occidente, fallimento delle missioni militari internazionali, aggravarsi delle condizioni economiche, effetti del cambiamento climatico, corruzione strutturale e crisi di legittimità degli Stati-nazione costruiti su modelli amministrativi imposti. In questo quadro, il caso del Senegal nel 2024 rappresenta una novità cruciale: qui il cambio di paradigma non avviene attraverso un golpe, ma attraverso le urne. L’elezione di Bassirou Diomaye Faye — un outsider politico con un programma apertamente sovranista e panafricanista — costituisce uno dei più significativi eventi politici della storia recente dell’Africa occidentale. Per la prima volta un Paese considerato “democrazia modello” della regione si sposta verso posizioni radicalmente critiche rispetto alla Francia e al CFA, aprendo la possibilità di un riavvicinamento ai Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Il ciclo dei colpi di Stato non è quindi isolabile come mera crisi di governance. Esso rappresenta un rifiuto generale dell’ordine politico post-coloniale, una richiesta di riscrittura del contratto sociale e una contestazione sempre più evidente dell’architettura istituzionale modellata sugli interessi occidentali.

Governance ibrida, jihadismo e il fallimento delle strategie occidentali

Una delle chiavi interpretative più importanti per comprendere il Sahel è il concetto di “governance ibrida”. In molti territori rurali, lo Stato non è l’unica autorità: poteri tradizionali, milizie comunitarie, gruppi jihadisti e organizzazioni criminali condividono, negoziano o contestano il monopolio della forza. In alcune regioni, lo Stato è solo uno degli attori e non necessariamente il più legittimato. In molte aree, i gruppi jihadisti non si limitano a esercitare violenza: amministrano giustizia, risolvono dispute locali, impongono forme di tassazione informale e forniscono servizi minimi di sicurezza, costruendo una governance alternativa che risponde a bisogni concreti delle popolazioni marginalizzate e indebolendo ulteriormente la legittimità dello Stato centrale. Gli interventi occidentali non hanno tenuto conto di questa pluralità di attori né della profondità storica dei conflitti locali. Le operazioni Serval e Barkhane, la missione ONU MINUSMA e la task force europea Takuba hanno privilegiato un approccio rigidamente militare, fondato su modelli di counterterrorism concepiti in contesti completamente diversi. In realtà, questa strategia ha spesso ottenuto l’effetto opposto: la presenza occidentale è stata percepita come un fattore di espropriazione della sovranità, alimentando la propaganda jihadista e favorendo il reclutamento tra comunità frustrate, impoverite e marginalizzate. Emblematico è il caso del ritiro dell’esercito maliano dalle posizioni di confine con Niger e Burkina Faso, lasciate all’ISGS. L’arretramento, presentato come “nuovo concetto operativo”, nasconde la realtà di eserciti incapaci di competere militarmente con gruppi jihadisti ben organizzati, mobili e strutturati come veri e propri eserciti paralleli. Le manifestazioni delle madri e delle vedove dei soldati maliani, che chiedono apertamente l’uscita di Barkhane e MINUSMA e l’ingresso delle forze russe, sono la dimostrazione del crollo totale della credibilità occidentale nel Sahel. Il fallimento occidentale ha lasciato un vuoto politico e securitario immediatamente riempito da attori non occidentali. Le autorità statali mantengono una sovranità sufficiente per interloquire con il sistema internazionale ma, allo stesso tempo, cercano nuove fonti di supporto militare e politico fuori dai canali tradizionali. È in questa intersezione fra sovranità contestata, governance parziale e pressioni esterne che si colloca l’ascesa dell’AES.

La rottura con l’Occidente e la nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel

La formazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) nel 2023, formalizzata nel 2024 e saldata nel 2025 dalla rottura con l’ECOWAS, rappresenta uno dei più significativi eventi geopolitici del continente africano nell’ultimo mezzo secolo. Mali, Burkina Faso e Niger hanno annunciato l’uscita dal sistema regionale ereditato dalla stagione post-coloniale e hanno iniziato a costruire una nuova architettura di sicurezza e cooperazione politica basata su principi di sovranità radicale, anti-imperialismo e rifiuto del modello occidentale. L’AES è molto più di un’alleanza militare: è un progetto politico identitario. Le tre giunte — guidate da Assimi Goïta, Ibrahim Traoré e Abdourahamane Tchiani — hanno costruito la loro legittimità interna attraverso una retorica che combina panafricanismo militante, denuncia dell’influenza francese, critica ai modelli democratici liberali e promozione di un nuovo progetto statale finalizzato alla “liberazione” dal colonialismo e dal neocolonialismo. La fine della cooperazione con Parigi e Washington ha rivelato la fragilità della presenza occidentale: gli Stati Uniti sono stati costretti a ritirare le proprie forze dal Niger, abbandonando basi strategiche come Agadez e Niamey; la Francia è stata espulsa militarmente da Mali, Burkina Faso e Niger nel giro di tre anni; l’ECOWAS — percepito come strumento dell’influenza francese e nigeriana — ha perso credibilità e ruolo, fino al ritiro formale dei tre paesi. L’ingresso del Senegal post-elezioni in questa orbita potrebbe segnare un cambiamento ancora più radicale. Bassirou Diomaye Faye ha già annunciato la volontà di rinegoziare i contratti energetici con British Petroleum ed Endeavor Mining, abbandonare il franco CFA e rivedere profondamente le relazioni con la Francia. Il Senegal, paese costiero e relativamente stabile, potrebbe diventare il ponte marittimo dell’AES, trasformando il blocco saheliano in un attore regionale ben più strutturato.

Il Sahel come arena della competizione multipolare

Nel vuoto lasciato da Francia e Stati Uniti si sono inseriti rapidamente la Russia, la Cina e le monarchie del Golfo. La Russia ha saputo interpretare le richieste di sicurezza provenienti dalle nuove giunte, offrendo supporto militare immediato, operazioni di addestramento, presenza consulenziale e sostegno politico, trasformando la regione in una delle principali direttrici della sua politica africana. La Cina, forte della sua presenza economica nel continente, ha investito nell’infrastruttura energetica del Niger, nel corridoio petrolifero Agadem–Seme-Kpodji e in una rete di infrastrutture essenziali per il controllo delle risorse e dei flussi commerciali. Oltre agli investimenti, il modello di sviluppo cinese — fondato su cooperazione economica senza condizionalità politiche, forte centralità dello Stato e priorità infrastrutturale — viene percepito dalle nuove giunte saheliane come un’alternativa ideologica credibile ai paradigmi occidentali basati su governance liberale e condizionalità democratiche. Parallelamente, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Arabia Saudita stanno finanziando programmi di addestramento e fornendo equipaggiamenti, affermandosi come nuovi provider di sicurezza alternativi. I loro modelli, spesso basati su un mix di cooperazione bilaterale, uso di compagnie militari private e investimenti nelle risorse, risultano più flessibili e meno vincolati rispetto alle rigide strutture occidentali. Questa competizione si estende lungo assi strategici che vanno dal Mediterraneo al Golfo di Guinea, dall’Egitto al Corno d’Africa, costruendo una fitta rete di interessi energetici, logistici e militari dove il Sahel rappresenta il punto di intersezione più delicato e decisivo.

Conclusione: Il Sahel come laboratorio dell’ordine globale emergente

Il Sahel non è più soltanto un teatro di conflitti interni o di interventi stranieri. È diventato una delle piattaforme più significative per osservare la transizione verso un ordine globale multipolare. L’erosione dell’egemonia occidentale, la crescente assertività degli attori extraoccidentali, la radicalizzazione del discorso sovranista africano, la crisi dell’ECOWAS e il rifiuto dei modelli liberali di governance segnalano l’emergere di una nuova configurazione geopolitica. L’AES, per quanto giovane e incerta, sta contribuendo a questo processo ridefinendo i rapporti di forza e proponendo un’alternativa radicale alla tradizionale architettura politica del continente. Nel contesto della crisi ucraina, della competizione sino-americana e della crescente centralità delle rotte energetiche globali, il Sahel si rivela oggi uno degli epicentri della ridefinizione dell’ordine internazionale. Stabilizzare la regione non significa replicare modelli occidentali calati dall’alto, ma comprendere la specificità dei sistemi di governance locali, il peso della storia coloniale, le dinamiche sociali e la necessità di costruire partenariati nuovi, più simmetrici e meno intrusivi. La nuova formula dell’Unione Europea — “meno paternalismo e più partenariato” — indica un cambio di paradigma ma non ne garantisce ancora l’efficacia. Se il Sahel diventerà uno dei pilastri del multipolarismo globale o scivolerà verso un conflitto prolungato dipenderà dalla capacità, interna ed esterna, di costruire istituzioni legittime, inclusione sociale e un equilibrio realistico tra sicurezza, sviluppo e sovranità. Quel che è certo è che, oggi, comprendere il Sahel significa comprendere il futuro dell’Africa e, insieme, il destino dell’ordine internazionale nel XXI secolo.

Bibliografia

Governance, Crisi Post-Coloniale e Jihadismo

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Geopolitica, Transizione Multipolare e Nuovi Attori

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