Nel nome della luna. Origini, rivoluzioni ed eredità di Sailor Moon – Intervista ad Anna Specchio
La crisi economica degli anni Novanta ha segnato un profondo periodo di trasformazione per la società giapponese.
Il crollo del modello patriarcale tradizionale ha aperto la strada a nuove rappresentazioni di genere, trovando eco anche nella produzione letteraria.
Per esplorare questi cambiamenti, abbiamo intervistato Anna Specchio, docente di Lingua e Letteratura giapponese all’Università di Torino, specializzata in letteratura femminile moderna e contemporanea (e traduttrice di autrici come Murata Sayaka, Li Kotomi, Ono Miyuki).
La Professoressa Specchio ha recentemente curato, per La Torre Editrice, ‘Nel nome della Luna. Origini, rivoluzioni ed eredità di Sailor Moon’ (2025), la prima analisi interdisciplinare sull’iconica ‘combattente che veste alla marinara’.
Con lei abbiamo approfondito l’impatto di quest’opera sulle identità di genere e la sua critica alla società giapponese dell’epoca.
1) Quali sono le critiche che Sailor Moon muove alla società giapponese degli anni Novanta?
Sailor Moon critica principalmente la società patriarcale giapponese degli anni Novanta, che relegava le donne a ruoli secondari, legittimandone l’identità solo in relazione al matrimonio e alla famiglia eterosessuale cisgender. La serie mette in discussione questa norma, mostrando famiglie diverse e alternative e suggerendo che l’aspirazione di una donna non debba ridursi all’amore romantico o alla maternità, ma possa includere amicizie, solidarietà femminile e realizzazione personale.
La forza di Sailor Moon risiede anche nelle modalità di rappresentazione del potere femminile: le guerriere combattono e agiscono con autonomia e competenza, e la loro femminilità (gonne, tacchi, simboli tradizionalmente associati al male gaze) è riappropriata e reinterpretata dall’autrice, trasformando elementi estetici potenzialmente limitanti in strumenti di empowerment.
Sailor Moon non è solo un manga d’intrattenimento, ma un’opera che invita lettrici e lettori a interrogarsi sulle strutture di potere, i ruoli di genere e le possibilità di costruire relazioni e famiglie non normative, anticipando temi del femminismo contemporaneo e del riconoscimento delle identità plurali nella società giapponese.
2) Nel libro, ti riferisci al periodo di pubblicazione di Sailor Moon come a un “momento di grande trasformazione e indeterminatezza attraversato dalle ragazze giapponesi a inizio anni Novanta” e citando Susan Napier precisi che si tratta forse del “più grande periodo di cambiamento nella storia femminile giapponese”. Quali sono le cause di questo fenomeno?
Negli anni Novanta il Giappone attraversa un profondo momento di trasformazione. La morte dell’imperatore Shōwa, la crisi economica e una serie di scelte politiche fallimentari minano le basi della mascolinità egemonica incarnata dal salaryman e, con essa, i miti della famiglia nucleare tradizionale. Parallelamente emergono nuove rappresentazioni di genere (il cosiddetto gay boom) che, pur ancora stereotipate, contribuiscono a mettere in discussione il binarismo dominante. In questo “decennio perduto”, molte donne rinviano il matrimonio, entrano stabilmente nel mercato del lavoro e acquisiscono maggiore autonomia economica e sociale. Questi cambiamenti si riflettono nella produzione letteraria: un numero crescente di scrittrici esplora criticamente temi come famiglia, matrimonio, maternità, corpo e sessualità, decostruendo narrazioni consolidate. È in questo clima che si colloca anche Sailor Moon: attingendo allo stesso contesto socio-culturale, Takeuchi Naoko propone un immaginario popolato da figure femminili non definite dall’amore eterosessuale, ma da percorsi di crescita, amicizia e confronto con la differenza. Un immaginario che offre alle giovani lettrici degli anni Novanta nuovi modelli e nuovi orizzonti identificativi.
3) Nel libro, Deborah Giustini scrive: Non è un caso che quella che Takeuchi Naoko stessa definisce come la propria libertà personale negli anni Novanta, in quanto giovane donna single e lavoratrice, abbia avuto una grande influenza sulla serie. […] L’importanza dell’identità femminile indipendente rispetto all’omogeneità imposta, sia a livello patriarcale che socio-culturale. E anche Non sorprende che i cambiamenti avvenuti nello stile di vita delle donne […] catturino l’attenzione della letteratura.
Può avere senso tracciare un parallelo con un altro manga, pubblicato negli anni Settanta (quindi nel periodo di sviluppo del femminismo in Giappone) e ambientato negli anni Venti del Novecento, come “Una Ragazza alla Moda”?
Un confronto è possibile, ma solo se lo si inserisce in una traiettoria più ampia dell’evoluzione delle rappresentazioni femminili in Giappone. Una ragazza alla moda, pubblicato negli anni Settanta ma ambientato nell’epoca Taishō, articola un modello di emancipazione legato alla figura della haikara-san: una giovane donna moderna che contesta i ruoli tradizionali, rifiuta il matrimonio combinato e reclama la libertà di scelta. Si tratta di un immaginario che rispecchia sia le rivendicazioni femminili dell’inizio del Novecento sia il clima del femminismo giapponese degli anni Settanta, quando il manga fu serializzato. Sailor Moon, invece, nasce in un contesto molto diverso: gli anni Novanta, segnati da trasformazioni socioeconomiche inedite e da un nuovo modo di concepire l’identità femminile. In questa fase, molti diritti ottenuti dalle donne sono già dati per acquisiti; ciò che viene esplorato è piuttosto la dimensione dell’indipendenza personale, della soggettività e dell’autonomia economica ed emotiva. Takeuchi Naoko, come ricorda Deborah Giustini, rielabora nella serie la propria esperienza di giovane donna single e lavoratrice, e propone protagoniste che non sono definite né dal matrimonio né dal legame con figure maschili, ma dal loro percorso di crescita, dalle relazioni fra ragazze e dalla costruzione di un’identità forte e plurale.
In questo senso, un parallelo tra le due opere può avere senso se inteso non come un confronto diretto tra epoche o messaggi (che sono, per natura, differenti) ma come due momenti di una stessa storia: quella del progressivo spostamento della rappresentazione femminile, in Giappone, dalla contestazione dei ruoli imposti (Benio come simbolo di emancipazione Taishō) alla valorizzazione dell’individualità e dell’indipendenza (le guerriere Sailor negli anni Novanta). Entrambe, pur in modi diversi e con obiettivi differenti, partecipano a una genealogia di figure femminili che ridefiniscono la propria posizione nel mondo.
4) Negli anni Novanta, si assiste al collasso della tradizionale famiglia nucleare giapponese: le donne assumono ruoli fino ad allora inediti all’interno di famiglia e mondo del lavoro, si sposano più tardi e ottengono maggiore indipendenza sociale ed economica. A distanza di trent’anni, tuttavia, il Giappone si classifica ancora ai posti più bassi nelle classifiche per la parità di genere, soprattutto nei campi della partecipazione alla vita politica e lavorativa.
Significa che i nuovi ruoli e consapevolezze di cui parli nel libro non hanno avuto impatti di lungo periodo nella società giapponese?
È vero: anche oggi il Giappone continua ad occupare posizioni molto basse nelle classifiche internazionali sulla parità di genere: il gap rimane marcato soprattutto in termini di retribuzione, tipologie di lavoro, lavoro stabile e presenza delle donne nei ruoli apicali. Ma proprio per questo credo che i cambiamenti iniziati negli anni Novanta, per quanto modesti, siano stati condizioni necessarie per rendere possibili le trasformazioni successive, anche se i risultati completi sono lontani. A partire dagli anni Novanta, la presenza delle donne nel mondo del lavoro è cresciuta in maniera significativa e, pur persistendo una forte quota di impieghi “non standard”, come contratti part-time o precari, molte non sono più relegate ai tradizionali ruoli “decorativi” (office flowers) che un tempo caratterizzavano l’ufficio. Questo ampliamento, pur con limiti strutturali, ha comunque favorito una maggiore autonomia economica e la possibilità di immaginare percorsi professionali più solidi. Parallelamente, nella società si è diffuso un cambiamento culturale importante: l’idea che una donna possa costruire la propria realizzazione personale e professionale indipendentemente dal matrimonio o dalla maternità è diventata sempre più accettata. Non si tratta soltanto di trasformazioni del mercato del lavoro, ma di un mutamento più ampio nella percezione collettiva delle possibilità e delle aspirazioni femminili. Questi piccoli cambiamenti strutturali e culturali sono ciò che ha reso credibile, nel tessuto sociale giapponese contemporaneo, l’esistenza di donne con aspirazioni diverse, non conformi al modello tradizionale. In questo senso, gli anni Novanta hanno gettato i semi, che non garantiscono piena parità, ma rendono possibili esistenze fuori dal paradigma dominante, non modificando in toto il sistema, ma sicuramente incrinandolo.
5) Sailor Moon ha da sempre ricevuto plauso per le sue rappresentazioni non binarie in un periodo (fine anni Ottanta e inizio anni Novanta) in cui il cosiddetto gay boom apre alle rappresentazioni non binarie nei media, ma in forma caricaturale.
Quale è stata la visione innovativa della Takeuchi? E qual è la situazione della comunità LGBT+ in Giappone oggi?
Takeuchi Naoko, con Sailor Moon, introduce una visione innovativa rispetto alle rappresentazioni caricaturali dei personaggi queer presenti nei media giapponesi alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, durante il cosiddetto gay boom. Nel manga, la presenza di personaggi LGBTQ+ è normalizzata: come osserva Marta Fanasca, è il primo manga in cui una coppia lesbica è rappresentata senza che altre guerriere mettano in discussione la loro relazione. Altri esempi includono il trio delle Amazzoni della quarta serie, che sfida sia i confini di genere sia quelli tra specie, e, nella quinta e ultima serie, le Sailor Starlight proveniente dallo spazio, che nell’anime passano da corpi maschili a corpi femminili senza che le altre guerriere ne dubitino o ne reagiscano negativamente. Takeuchi inserisce quindi una prospettiva di fluidità e accettazione, creando nuovi modelli di rappresentazione queer nei media per ragazze e ragazzi – e, come fa emergere Andrea Pancini tramite le sue interviste, queste raffigurazioni hanno aiutato tutte quelle persone che, all’uscita del cartone animato in Italia, avevano avvertito un turbamento emotivo a cui non sapevano dare un nome perché non ne possedevano gli strumenti.
Oggi la situazione della comunità LGBTQ+ in Giappone è complessa. I patti di partnership locali, che non equivalgono a matrimoni, coprono ormai più del 90% della popolazione, ma restano molte limitazioni legali e sociali. La scrittrice Li Kotomi, in un contributo pubblicato su The Passenger – Tokyo, racconta sia i piccoli progressi sia i periodici backlash subiti dalla comunità, soprattutto a Tokyo, ancora epicentro delle battaglie per i diritti LGBTQ+. Se da un lato le rappresentazioni mediatiche hanno smesso di essere unicamente caricaturali e cercano di normalizzare persone queer in manga, anime, dorama e romanzi, dall’altro persistono movimenti e atteggiamenti omofobici, e l’egemonia eterosessuale e cisgender resta predominante.
6) Il tuo libro è intitolato “eredità” di Sailor Moon. Quali ritieni possano essere le eredità lasciate da quest’opera alla nostra generazione?
L’eredità di Sailor Moon per la nostra generazione è molteplice e si manifesta tanto sul piano culturale quanto mediale. Sin dagli anni Novanta, la serie ha inaugurato un modello di media mix che ha combinato storytelling, merchandising, cinema, manga, anime, videogiochi, meme e spettacoli dal vivo, creando un vero e proprio ecosistema narrativo e commerciale. Le reinterpretazioni creative hanno permesso alla serie di sopravvivere e rinnovarsi oltre la semplice nostalgia, consolidando la presenza delle guerriere anche in contesti internazionali, come dimostra la scelta di Sailor Moon come ambasciatrice delle Olimpiadi di Tokyo 2020, i tombini a tema che puntinato il quartiere di Minato a Tokyo, le collaborazioni con marchi come Jimmy Choo. Dal 2026 a Shinagawa sarà costituito un teatro permanente di Sailor Moon. Dal punto di vista sociale e culturale, l’eredità riguarda l’immaginario femminile: le protagoniste hanno offerto modelli di empowerment, sorellanza e diversità, mostrando che le ragazze possono essere autonome, forti e coese. Hanno aperto la strada a una visione della femminilità e del potere femminile più inclusiva, influenzando lettrici e lettori a pensare la crescita personale e l’identità indipendentemente dai ruoli tradizionali di genere. Sailor Moon è un’eroina della speranza, e la speranza, in un momento storico dove siamo sempre più circondati da immagini e prospetti negativi, è davvero quello di cui abbiamo bisogno. Non dobbiamo appellarci a Sailor Moon, sia chiaro: quello che le guerriere Sailor ci hanno insegnato è che siamo noi le attrici della storia e che la forza di sperare è già presente in noi.
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