Nanjing_Massacre_Memoria

Il peso della memoria nelle relazioni bilaterali sino-giapponesi

– Chiara Piovan –

Nel terzo capitolo della trilogia cinematografica La condizione umana (1961) del regista Masaki Kobayashi il protagonista Kaji, soldato nipponico e fermo pacifista, riflette sulle brutalità della seconda guerra sino-giapponese a cui assiste di persona. Giunge alla conclusione che “incidenti minori da un punto di vista storico possono essere di vitale importanza per l’individuo” diventando “terreno fertile per una sfiducia che non può essere cancellata … ma anche una macchia sull’umanità”[1]. La riflessione di Kaji offre una chiave di lettura efficace per comprendere il ruolo che la memoria storica ha assunto nelle relazioni tra Cina e Giappone. Pechino e Tokyo, difatti, pur condividendo complementarietà economica e reciproca influenza culturale, sono stati anche nemici capaci di macchiare la propria storia di conflitti, diffidenza e competizione regionale. La normalizzazione delle relazioni del 1972 e la conseguente interdipendenza economica non hanno cancellato le divergenze storiche, che sono in realtà emerse come fonte di tensione diplomatica [2]. Le vicende legate all’espansione giapponese in Cina tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento hanno generato memorie e interpretazioni divergenti nei due Stati. Ciò ha impedito il raggiungimento di quella che Yinan He definisce una deep reconciliation: un processo attraverso cui due nazioni storicamente rivali sviluppano congiuntamente una visione condivisa della propria storia [3]. Inoltre, la strumentalizzazione politica di tali memorie da parte delle autorità, volta sia a fungere da strumento diplomatico che a rafforzare l’identità nazionale, ha stratificato ulteriormente le tensioni bilaterali tra Pechino e Tokyo.

Per comprendere il peso della memoria storica nelle relazioni sino-giapponesi, è opportuno considerarla come un fenomeno collettivo e non esclusivamente individuale. Secondo il sociologo francese Maurice Halbwachs, un soggetto forma la propria memoria in quanto membro di un gruppo dal quale riceve una serie di categorie interpretative del passato. La memoria collettiva è dunque un fenomeno sociale e non oggettivo, plasmato dai valori e dalle rappresentazioni condivise. Le élite politiche possono intervenire nella selezione di determinati eventi storici a cui attribuiscono un particolare significato simbolico, trasmesso alle generazioni successive attraverso le istituzioni educative e i luoghi di memoria [4]. Come osservato da Vamik Volkan [5], vicende traumatiche come perdite territoriali, umane o umiliazioni (definiti chosen trauma) se trasmesse intergenerazionalmente diventano nel tempo elementi caratteristici della memoria collettiva di un gruppo. La loro riattivazione da parte delle élite politiche può contribuire a rafforzare la coesione interna, a definire un’identità nazionale e anche a individuare il passato nemico come una minaccia attuale [6].
L’applicazione di tale impianto teorico al caso sino-giapponese dimostra due aspetti principali. Da un lato, la rilevanza della dimensione memoriale sul piano interno: dal secondo dopoguerra le autorità di entrambi i paesi hanno frequentemente fatto ricorso alla narrazione del passato per finalità politiche e identitarie. Dall’altro, le diverse interpretazioni elaborate sugli eventi storici più dolorosi hanno condizionato e tuttora influenzano i rapporti bilaterali. Se per la Repubblica popolare cinese la memoria del secolo di umiliazione e, soprattutto, i traumi generati dall’aggressione e dalle violenze perpetrate dall’esercito nipponico costituiscono un elemento traumatico e determinante dell’identità nazionale contemporanea, gli stessi eventi hanno assunto interpretazioni frammentate, antagonistiche e ambigue in Giappone tali da creare tensioni con Pechino e impedire la costruzione di un’unica memoria storica domestica [7].

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche sino-giapponesi, sancita dal Joint communiqué del 1972 e dal Trattato di pace e amicizia del 1978, non fu accompagnata da un processo di riconciliazione storica. La questione memoriale fu infatti subordinata agli interessi politici ed economici derivanti dalla nuova cooperazione tra i due paesi. Ciò stabilizzò momentaneamente i rapporti bilaterali ma lasciò irrisolte numerose questioni relative alla responsabilità giapponese per le violenze commesse in Cina. A partire dagli anni Ottanta e Novanta, in concomitanza con le congiunture internazionali e regionali, la questione storica si affermò progressivamente come variabile strutturale delle relazioni sino-giapponesi [8]. In Cina il trauma del secolo dell’umiliazione acquisì centralità sul piano interno mentre in Giappone si rafforzarono posizioni revisioniste volte a ridimensionare le responsabilità nipponica per le violenze commesse in Asia. Il consolidamento di narrazioni storiche divergenti ha generato le principali controversie bilaterali. Ne sono esempio quella scaturita dalle revisioni storiche imposte del Ministero dell’educazione ai libri di testo scolastici [9] e le visite ufficiali di alcuni premier giapponesi presso il Yasukuni, santuario shintoista dedicato alla commemorazione dei caduti di guerra tra cui sono incluse le anime di quattordici criminali di classe A [10]. Le cicliche crisi diplomatiche di matrice storica hanno seguito uno schema ricorrente: di fronte a una posizione controversa o ambigua del Giappone, Pechino ha reagito attraverso i canali diplomatici a cui è seguita una risposta riparatrice degli esecutivi di Tokyo, generalmente considerata insufficiente dai vertici comunisti. La frattura si ricompone poi superficialmente in occasione di summit internazionali o regionali, senza tuttavia affrontare congiuntamente le reali cause storiche. Ciò rende tali questioni latenti, destinate a riemergere in futuro allontanando Pechino e Tokyo al raggiungimento della deep reconciliation suggerita da He [11].

Il caso del massacro di Nanchino illustra con chiarezza la rilevanza della memoria storica nei rapporti tra Pechino e Tokyo. Si tratta infatti di un evento emblematico, che mostra come i due Stati abbiano elaborato ricostruzioni profondamente divergenti riguardo alla stessa vicenda e che funge da filo rosso per comprendere lo sviluppo delle rispettive identità nazionali. Quello che la scrittrice Iris Chang ha definito “stupro di Nanchino”[12] fu una delle tragedie più cruente della storia asiatica contemporanea. Nel contesto della seconda guerra sino-giapponese, il 13 dicembre 1937 le truppe nipponiche occuparono la capitale della Cina nazionalista [13]. Nelle sei settimane successive, l’esercito perpetrò un massacro sistematico, uccidendo circa duecentomila tra prigionieri di guerra e civili cinesi, oltre a compiere stupri, saccheggi e devastazioni in tutta la città di Nanchino [14].
Per la Repubblica popolare cinese, il massacro è divenuto uno dei principali chosen trauma della memoria nazionale contemporanea. La sua rilevanza, tuttavia, non deriva soltanto dalla gravità dell’evento, ma anche dal significato politico attribuitogli dalle autorità. La sua rappresentazione è infatti mutata in relazione all’evoluzione delle relazioni con Tokyo e alle trasformazioni della politica interna cinese, confermando la tesi di Halbwachs secondo cui il passato viene rielaborato in funzione delle esigenze del presente. Durante l’era maoista, in concomitanza con l’accantonamento della questione storica con Tokyo, la memoria della guerra sino-giapponese rimase subordinata alla narrativa di vittoria comunista. Eventi come il massacro di Nanchino furono utilizzati come strumenti propagandistici funzionali alla diffusione della linea partitica, limitando al contempo la diffusione delle testimonianze delle vittime e delle ricerche sul tema. Tra gli anni Ottanta e Novanta, i mutamenti internazionali, regionali e interni incisero sulla rappresentazione del passato. In concomitanza con la crisi ideologica del Partito, la memoria del secolo dell’umiliazione assunse maggiore rilevanza e una connotazione vittimistica, funzionale alle autorità comuniste per la ridefinizione dell’identità nazionale e alla propria legittimazione interna. Nanchino divenne uno dei simboli di tale memoria, trasmessa alle generazioni più giovani attraverso l’istituzione scolastica, i media e la pubblicazione di numerosi studi accademici. Ciò alimentò un forte sentimento anti-giapponese, soprattutto tra gli studenti cinesi che, pur non avendo vissuto l’aggressione nipponica, ne condivisero il trauma. Nonostante negli ultimi anni non siano emerse eclatanti controversie di matrice storica, il dibattito accademico e civile su Nanchino mantiene un ruolo politico rilevante anche sotto Xi Jinping, come dimostrato dall’istituzione nel 2014 dell’anniversario del massacro. Forti dello sviluppo economico e politico, le autorità cinesi dagli anni Novanta iniziarono a rivendicare con maggiore assertività dal Giappone un concreto riconoscimento delle responsabilità relative alle violenze e ai crimini commessi durante l’occupazione, rendendo la questione storica anche uno strumento diplomatico.
In Giappone, invece, il discorso sulla memoria storica e su Nanchino è stato oggetto di una memoria frammentata. Il dibattito pubblico e accademico si è spaccato tra una visione progressista e una revisionista il cui scontro ideologico ha compromesso la riconciliazione storica interna. I primi sostennero fin dal dopoguerra il pieno riconoscimento delle responsabilità nipponiche derivanti dall’aggressione e dal dominio coloniale in Asia. Già dagli anni Settanta, difatti, attivisti, intellettuali e accademici raccolsero testimonianze delle vittime del massacro e garantirono supporto legale ai sopravvissuti cinesi nei processi contro Tokyo [15]. I revisionisti contestarono invece tale lettura, spingendosi a rifiutare l’esito del Tribunale di Tokyo, a negare il massacro o a minimizzarne l’entità della violenza [16]. Negli anni Novanta, gli esponenti si riunirono in associazioni civili come il Nippon Izokukai, rappresentante le famiglie dei caduti in guerra, e il Tsukurukai, società per la revisione dei libri di testo, che consolidarono un forte legame con gli ambienti conservatori del Partito liberal democratico (Pld) a cui garantivano un influente bacino elettorale. Fino ai primi anni Novanta, gli esecutivi del Pld avevano mantenuto una posizione vaga sulle proprie responsabilità belliche, rilasciando dichiarazioni ambigue e sommarie. Fece eccezione la parentesi dei governi Hosokawa e Murayama che ammisero la natura aggressiva dell’invasione dell’Asia ed espressero profondo rimorso per le sofferenze arrecate ai popoli vicini [17]. Tali posizioni, pur divenendo un cardine della politica estera giapponese, non furono mai istituzionalizzate internamente alimentando un’ambiguità istituzionale mai del tutto risolta. Con l’avvento degli anni Duemila, i governi nipponici hanno assunto una linea più assertiva vicina al nazionalismo: ne sono esempio le visite presso il santuario Yasukuni effettuate da Koizumi tra il 2001 e il 2006 e da Abe nel 2013, nonché la progressiva reinterpretazione dell’articolo 9 della Costituzione, che ha ampliato la possibilità di impiego delle Forze di autodifesa giapponesi.

L’incompatibilità delle narrazioni storiche e delle memorie sino-giapponesi emerge anche dai risultati del Japan-China Joint Historical Research Project, un gruppo di studio composto da storici provenienti da entrambi i paesi, avviato nel 2006 e conclusosi nel 2010 [18]. Sebbene il progetto abbia prodotto alcuni rilevanti punti di convergenza, tra cui il riconoscimento della guerra giapponese come aggressione, e abbia rappresentato un potenziale passo verso la costruzione memoriale congiunta, non riuscì a raggiungere una posizione comune su questioni centrali come la definizione del numero delle vittime del massacro di Nanchino. L’inedita prospettiva di un’elaborazione congiunta della storia, fondata sullo scambio scientifico tra storici, non ebbe seguito. La cooperazione memoriale è stata possibile ma la mancata volontà politica dei governi di dare seguito a tale iniziativa e di tradurre i risultati in forme di cooperazione più concrete, ha reso questa una parentesi, almeno per il momento, isolata impedendo di trasformarsi in una riconciliazione condivisa.

In conclusione, l’evoluzione del dibattito sulla memoria storica sino-giapponese evidenzia così la sua rilevanza nella definizione delle caratteristiche nazionali e dell’orientamento estero di uno Stato. Come sottolinea He, tuttavia, finché il passato continuerà a essere utilizzato prevalentemente come strumento di legittimazione di politica interna e di pressione diplomatica piuttosto che come base per un percorso condiviso di elaborazione delle responsabilità storiche e delle sofferenze reciproche, il raggiungimento di una riconciliazione autentica tra Pechino e Tokyo resterà un obiettivo difficile da conseguire [19]. Senza un confronto congiunto con i capitoli più dolorosi della storia comune, il passato rischia, come aveva intuito il soldato Kaji di Kobayashi, di macchiare il presente.

Note
[1] Masaki Kobayashi, La condizione umana III: La preghiera di un soldato (Ningen no jōken III), 1961.
[2] Dreyer, June Teufel. “China and Japan: ‘Hot Economics, Cold Politics”” Orbis, vol. 58, no. 3, 2014, pp. 326–341. ScienceDirect, https://doi.org/10.1016/j.orbis.2014.05.002
[3] He, Yinan. “Explaining Deep Interstate Reconciliation.” The Search for Reconciliation: Sino-Japanese and German-Polish Relations since World War II. Cambridge University Press, 2009. 12–45.
[4] Le autorità nazionali si servono di quelli che il sociologo Pierre Nora definisce i luoghi di memoria, ovvero elementi di natura reale o immaginaria quali monumenti, soggetti, eventi storici o musei a cui, tramite un processo di sedimentazione nel tempo e la scelta intenzionale del gruppo dominante, viene attribuito un significato simbolico per una comunità. Ne è un esempio il memoriale delle vittime del massacro di Nanchino.
Nora, Pierre. “Between Memory and History: Les Lieux de Mémoire.” Representations, no. 26, 1989, pp. 7–24.; Jedlowski, Paolo. “La memoria come costruzione sociale. Sulla sociologia della memoria di Maurice Halbwachs.” Sociologia e cultura: Nuovi paradigmi teorici e metodi di ricerca nello studio dei processi culturali, edited by Crespi, Franco, Franco Angeli, 1989
[5] Volkan, Vamık. “Trauma, Prejudice, Large-Group Identity and Psychoanalysis.” American Journal of Psychoanalysis, vol. 81, no. 2, 2021, pp. 137–154.; Volkan, Vamik D. “Large-group identity, who are we now? Leader–follower relationship and societal-political divisions.” American Journal of Psychoanalysis, vol. 79, no. 2, 2019, pp. 139–55.
[6] Volkan, Vamık. “Trauma, Prejudice, Large-Group Identity and Psychoanalysis.” American Journal of Psychoanalysis, vol. 81, no. 2, 2021, pp. 137–154.; Volkan, Vamik D. “Large-group identity, who are we now? Leader–follower relationship and societal-political divisions.” American Journal of Psychoanalysis, vol. 79, no. 2, 2019, pp. 139–55.
[7] Oltre che con la Repubblica popolare cinese, le ambigue posizioni del governo di Tokyo e le controverse tesi memoriali della fazione revisionista giapponese hanno generato reazioni critiche anche da parte degli altri Stati asiatici vittime delle politiche imperialiste nipponiche.
[8] Per una ricostruzione dell’evoluzione dei rapporti economici, diplomatici e politici sino-giapponesi si consiglia il testo di Vogel,”China and Japan: Facing History” e l’articolo “Le relazioni sino-giapponesi dal secondo dopoguerra ad oggi: tra sicurezza nazionale ed instabilità regionale” di Lezzi.
Vogel, Ezra F., et al. China and Japan: Facing History. Harvard University Press, 2019, pp.310 https://doi.org/10.4159/9780674240759; Lezzi, Ilaria. “Le relazioni sino-giapponesi dal secondo dopoguerra ad oggi: tra sicurezza nazionale ed instabilità regionale.” Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali, vol. 5, no. 1, 2016, pp. 139–166. DOI: 10.1285/i22808949a5n1p139 http://siba ese.unisalento.it/index.php/eunomia/article/viewFile/16170/13950
[9] Schneider, Claudia. “The Japanese History Textbook Controversy in East Asian Perspective.” The Annals of the American Academy of Political and Social Science, vol. 617, 2008, pp. 107–122, https://doi.org/10.1177/0002716208314359.
[10] Cheung, Mong. “Political Survival and the Yasukuni Controversy in Sino-Japanese Relations.” Pacific Review, vol. 23, no. 4, 2010, pp. 527–548.
[11] He, Yinan. The Search for Reconciliation: Sino Japanese and German-Polish Relations since World War II. Cambridge University Press, 2009.
[12] Il libro “The rape of Nanking” di Iris Chang ha rappresentato un caso editoriale negli anni Novanta che per la prima volta ha internazionalizzato la trattazione del massacro. Nonostante l’uso di fonti inedite quali il diario personale del tedesco John Rabe, referente della Zona internazionale, il libro fu accusato (non solo dalla corrente revisionista nipponica) di fornire delle motivazioni per le violenze riduttive.
Chang, Iris. The Rape of Nanking: The Forgotten Holocaust of World War 2. Penguin Books, 1998.
[13] Yoshida, Takashi. The Making of the “Rape of Nanking”: History and Memory in Japan, China, and the United States. Oxford University Press, 2006. https://doiorg.pros2.lib.unimi.it/10.1093/acprof:oso/9780195180961.003.0011; Zhang, Sheng. The Rape of Nanking: A Historical Study. Walter de Gruyter GmbH, 2021, https://doi.org/10.1515/9783110652789.
[14] International Military Tribunal for the Far East. Judgment of 4 November 1948 (Tokyo Trial). Legal Tools Database, https://www.legal-tools.org/doc/8bef6f/.
[15] Si fa riferimento alle testimonianze di più di cento sopravvissuti cinesi al massacro di Nanchino pubblicate nel 1971 dal giornalista giapponese Honda Katsuichi nel reportage “Travels in China” e all’iniziativa di duecento avvocati giapponesi che tra il 1995 e il 1997 sostennero pro bono le iniziative legali di “comfort women,” e sopravvissuti al massacro di Nanchino contro il governo giapponese.
Yoshida, Takashi. The Making of the “Rape of Nanking”: History and Memory in Japan, China, and the United States. Oxford University Press, 2006. https://doi org.pros2.lib.unimi.it/10.1093/acprof:oso/9780195180961.003.0011
[16] Nel merito del massacro i membri della corrente revisionista contestarono soprattutto il numero di vittime stabilito dal tribunale internazionale, duecentomila, e quello stabilito dalla Repubblica popolare cinese a seguito dei processi nazionali (trecentomila).
[17] Intervento del Primo ministro Hosokawa – agosto 1993 (https://japan.kantei.go.jp/127.html); Murayama Statement – 15 agosto (https://www.mofa.go.jp/announce/press/pm/murayama/9508.html).
[18] Wang, Q. Edward. “Remembering the Past; Reconciling for the Future: A Critical Analysis of the China-Japan Joint History Research Project (2006-2010).” The Chinese Historical Review, vol. 17, no. 2, 2010, pp. 219–37, https://doi.org/10.1179/tcr.2010.17.2.219.
[19] He, Yinan. The Search for Reconciliation: Sino Japanese and German-Polish Relations since World War II. Cambridge University Press, 2009.

Bibliografia
Chang, Iris. The Rape of Nanking: The Forgotten Holocaust of World War 2. Penguin Books, 1998;

Cheung, Mong. “Political Survival and the Yasukuni Controversy in Sino-Japanese Relations.” Pacific Review, vol. 23, no. 4, 2010, pp. 527–548.

Dreyer, June Teufel. “China and Japan: ‘Hot Economics, Cold Politics”” Orbis, vol. 58, no. 3, 2014, pp. 326–341. ScienceDirect, https://doi.org/10.1016/j.orbis.2014.05.002

Fogel, Joshua A., The Nanjing Massacre in History and Historiography, University of California Press, 2000.

Hattori, Ryuji and Tara Cannon. Understanding History in Asia: What Diplomatic Documents Reveal. Japan Publishing Industry Foundation for Culture, 2019. JSTOR, https://doi.org/10.2307/jj.22402329.

He, Yinan. The Search for Reconciliation: Sino Japanese and German-Polish Relations since World War II. Cambridge University Press, 2009.

International Military Tribunal for the Far East. Judgment of 4 November 1948 (Tokyo Trial). Legal Tools Database, https://www.legal-tools.org/doc/8bef6f/.

Intervento del Primo ministro Hosokawa – agosto 1993 https://japan.kantei.go.jp/127.html

Jedlowski, Paolo. “La memoria come costruzione sociale. Sulla sociologia della memoria di Maurice Halbwachs.” Sociologia e cultura: Nuovi paradigmi teorici e metodi di ricerca nello studio dei processi culturali, edited by Crespi, Franco, Franco Angeli, 1989

Lezzi, Ilaria. “Le relazioni sino-giapponesi dal secondo dopoguerra ad oggi: tra sicurezza nazionale ed instabilità regionale.” Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali, vol. 5, no. 1, 2016, pp. 139–166. DOI: 10.1285/i22808949a5n1p139 http://siba ese.unisalento.it/index.php/eunomia/article/viewFile/16170/13950

Mitter, Rana. Lotta per la sopravvivenza: la guerra della Cina contro il Giappone 1937-1945. Einaudi, 2019.

Murayama Statement – 15 agosto https://www.mofa.go.jp/announce/press/pm/murayama/9508.html

Nora, Pierre. “Between Memory and History: Les Lieux de Mémoire.” Representations, no. 26, 1989, pp. 7–24.

Revelant, Andrea. Il Giappone moderno dall’Ottocento al 1945. Einaudi, 2018.

Samarani, Guido. La Cina Contemporanea. Dalla Fine Dell’impero a Oggi. Nuova Ediz. Einaudi, 2017.

Schneider, Claudia. “The Japanese History Textbook Controversy in East Asian Perspective.” The Annals of the American Academy of Political and Social Science, vol. 617, 2008, pp. 107–122, https://doi.org/10.1177/0002716208314359.

Vogel, Ezra F., et al. China and Japan: Facing History. Harvard University Press, 2019, pp.310 https://doi.org/10.4159/9780674240759

Wang, Q. Edward. “Remembering the Past; Reconciling for the Future: A Critical Analysis of the China-Japan Joint History Research Project (2006-2010).” The Chinese Historical Review, vol. 17, no. 2, 2010, pp. 219–37, https://doi.org/10.1179/tcr.2010.17.2.219.

Yoshida, Takashi. The Making of the “Rape of Nanking”: History and Memory in Japan, China, and the United States. Oxford University Press, 2006. https://doi org.pros2.lib.unimi.it/10.1093/acprof:oso/9780195180961.003.0011

Zhang, Sheng. The Rape of Nanking: A Historical Study. Walter de Gruyter GmbH, 2021, https://doi.org/10.1515/9783110652789.

(Featured Image Source: Wikimedia Commons
Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication)