Indonesia: potenza regionale riluttante nell’Indo-Pacifico
– Matteo Forlani –
Introduzione
L’Indonesia occupa una posizione peculiare nel sistema asiatico contemporaneo. È troppo grande, troppo popolosa e troppo strategicamente collocata per essere considerata una potenza secondaria, ma al tempo stesso troppo prudente per essere classificata tra gli attori revisionisti o apertamente assertivi dell’Indo-Pacifico. Con oltre 280 milioni di abitanti, una crescita economica relativamente stabile e una proiezione diplomatica sempre più rilevante, Jakarta dispone di una massa critica che la colloca tra gli attori destinati a incidere sugli equilibri del XXI secolo [1].
La sua importanza nasce anzitutto dalla geografia. L’arcipelago indonesiano collega Oceano Indiano e Pacifico, si affaccia su alcune delle rotte marittime più sensibili del commercio mondiale e occupa una posizione di cerniera tra Asia sud-orientale, spazio marittimo indo-pacifico e grandi direttrici della connettività euro-asiatica. In questo senso, l’Indonesia non è soltanto uno dei principali Stati del Sud-Est asiatico: è uno snodo marittimo dell’intera architettura regionale.
A tale centralità geografica si somma una funzione politica non meno rilevante. Jakarta rappresenta il baricentro diplomatico dell’ASEAN e, più in generale, il principale punto di raccordo tra il livello subregionale del Sud-Est asiatico e la più ampia dimensione indo-pacifica [2]. Proprio questa doppia natura — geografica e diplomatica — spiega perché l’Indonesia eserciti un’influenza superiore a quella che le sue capacità militari, prese isolatamente, sembrerebbero suggerire.
La sua postura internazionale, tuttavia, non coincide con quella di una potenza classica. L’Indonesia evita gli allineamenti rigidi, diffida della logica dei blocchi e preferisce presentarsi come fattore di equilibrio, promotrice di dialogo e difensore della centralità ASEAN. È in questa prospettiva che va intesa la sua riluttanza strategica: non una forma di esitazione, ma la scelta di non tradurre automaticamente il proprio peso potenziale in una politica di potenza apertamente assertiva. Jakarta intende contare senza essere assorbita dalla rivalità sistemica tra grandi potenze; intende influire sull’ordine regionale senza trasformarsi in un egemone dichiarato.
Le radici storiche del non-allineamento
La politica estera indonesiana affonda le proprie radici nella stagione della decolonizzazione. La memoria della dominazione straniera ha lasciato in eredità una cultura strategica fortemente sensibile alla sovranità, all’autonomia decisionale e all’integrità territoriale. In questo quadro, la Conferenza di Bandung del 1955 costituì un passaggio fondativo: non solo per il ruolo svolto dall’Indonesia nel mondo postcoloniale, ma anche perché sancì la volontà di proporsi come soggetto politico autonomo, capace di contribuire alla definizione di una grammatica internazionale alternativa tanto all’imperialismo quanto alla subordinazione bipolare [3].
Sukarno trasformò questa impostazione in un pilastro identitario. L’idea di una politica estera bebas aktif — libera e attiva — implicava che la neutralità non dovesse coincidere con passività o isolamento. L’Indonesia rivendicava, al contrario, il diritto di preservare la propria libertà di giudizio e di esercitare una presenza autonoma nello spazio internazionale [4]. Da allora il non-allineamento non ha rappresentato soltanto una formula diplomatica, ma una componente strutturale della cultura strategica nazionale.
A questa tradizione si somma la specificità arcipelagica del Paese. Per l’Indonesia, il mare non è soltanto una frontiera o un corridoio commerciale; è ciò che rende possibile l’unità stessa dello Stato. Proteggere le acque arcipelagiche significa quindi proteggere la coesione territoriale e politica del Paese. Il concetto di Wawasan Nusantara, sviluppato nella seconda metà del Novecento, ha codificato precisamente questa visione, insistendo sull’unità inscindibile tra territorio terrestre e spazio marittimo come fondamento della sicurezza nazionale.
Il non-allineamento indonesiano, in questa prospettiva, non va letto come un’opzione tattica o contingente. Esso nasce da una doppia esigenza: evitare la subordinazione a potenze esterne e, insieme, preservare l’unità di uno Stato territorialmente frammentato ma politicamente indivisibile. L’autonomia esterna è stata quindi percepita anche come condizione della coesione interna.
L’Indonesia durante la Guerra fredda
Nel contesto della Guerra fredda, l’Indonesia cercò di evitare la subordinazione a uno dei due blocchi, ma questa scelta fu costantemente condizionata dalla stabilità interna. Le tensioni ideologiche, le fragilità istituzionali e il peso della costruzione statale fecero sì che la politica estera fosse spesso subordinata alla tenuta dell’ordine domestico. Il non-allineamento, dunque, non fu soltanto una dottrina di respiro internazionale, ma anche uno strumento per preservare margini di manovra interni.
Con il Nuovo Ordine di Suharto, la diplomazia indonesiana divenne meno ideologica e più orientata alla stabilità, allo sviluppo economico e alla gestione pragmatica dei rapporti con l’Occidente. Pur mantenendo formalmente il principio del non-allineamento, Jakarta si mostrò più disponibile a relazioni funzionali con Washington e con altri partner occidentali, mentre attribuiva crescente importanza alla coesione del Sud-Est asiatico. L’obiettivo era duplice: ridurre il rischio di interferenze esterne e creare un ambiente regionale favorevole alla crescita.
In questo periodo il ruolo delle forze armate fu decisivo. La sicurezza interna, il controllo del territorio e la prevenzione di spinte centrifughe influenzarono profondamente la gerarchia delle priorità nazionali. Anche per questo l’Indonesia non sviluppò una cultura della proiezione esterna aggressiva, ma piuttosto una concezione della potenza in cui ordine domestico, resilienza statale e protezione della sovranità prevalevano sulla logica della deterrenza offensiva [5].
È in questa fase che si consolida una costante della politica estera indonesiana: la tendenza a subordinare la proiezione internazionale alla tenuta interna, preferendo la stabilità all’assertività. Questa continuità aiuta a spiegare perché ancora oggi Jakarta privilegi una postura di equilibrio piuttosto che di aperta competizione.
L’ASEAN come strumento geopolitico
L’ASEAN è il principale veicolo attraverso cui l’Indonesia ha trasformato il proprio peso potenziale in influenza effettiva. Più che ricercare una leadership coercitiva, Jakarta ha storicamente preferito esercitare una leadership informale, normativa e diplomatica. La sua forza non risiede tanto nella capacità di imporre decisioni, quanto nel definire le cornici concettuali entro cui la regione interpreta sé stessa.
Da questo punto di vista, l’ASEAN ha costituito per l’Indonesia uno strumento geopolitico essenziale. Ha contribuito a stabilizzare il Sud-Est asiatico, a contenere la competizione tra vicini e, soprattutto, a evitare che la regione si trasformasse in una periferia contesa dalle grandi potenze. La centralità di Jakarta all’interno del blocco deriva anche da questo: l’Indonesia è percepita come il membro che, più di altri, possiede dimensioni, storia e credibilità necessarie per orientare il consenso regionale.
Il valore dell’ASEAN, per Jakarta, non è soltanto istituzionale. È un dispositivo di autonomia strategica. Il principio del consenso, spesso criticato per la sua lentezza, consente all’Indonesia di evitare la rigidità degli schieramenti e di preservare uno spazio di mediazione. In questo senso, il consenso non è semplicemente una procedura prudente, ma una vera tecnologia politica: permette a Jakarta di esercitare influenza senza imporre gerarchie formali e di preservare l’ASEAN come spazio relativamente autonomo dalla logica dei blocchi [6].
L’Indonesia ha così sviluppato una forma di leadership prevalentemente normativa e diplomatica, coerente con il ruolo attribuito da Jakarta alla centralità dell’ASEAN e alla costruzione di cornici regionali inclusive [2][6]. Più che guidare la regione con strumenti coercitivi, ha cercato di orientarne il lessico strategico e la cultura diplomatica, promuovendo formule inclusive, multilaterali e non antagonistiche. È una leadership coerente con i limiti materiali del Paese, ma anche con una precisa preferenza politica: guidare senza dominare.
L’Indonesia e l’Indo-Pacifico
L’idea indonesiana di Indo-Pacifico si distingue nettamente dalle letture più marcatamente contenitive o geopolitiche. Per Jakarta, l’Indo-Pacifico non dovrebbe essere la nuova etichetta di una regione divisa in blocchi contrapposti, ma lo spazio in cui Asia-Pacifico e Oceano Indiano vengono pensati come un’area integrata e interconnessa, nella quale dominio marittimo, connettività e cooperazione economica devono prevalere sulla logica dello scontro [7].
L’Indonesia rifiuta, in sostanza, che l’Indo-Pacifico venga definito principalmente come teatro della competizione strategica tra Washington e Pechino. Accettare una simile definizione significherebbe normalizzare la subordinazione del Sud-Est asiatico a dinamiche esterne e restringere il margine d’azione dell’ASEAN. Per questo Jakarta insiste su un’idea di regione aperta, inclusiva e regolata, nella quale il confronto tra grandi potenze non diventi il principio ordinatore dell’intero sistema, secondo l’impostazione espressa dall’ASEAN Outlook on the Indo-Pacific [7].
Qui emerge con chiarezza la specificità indonesiana. Per una grande potenza continentale il mare può essere innanzitutto un teatro strategico; per l’Indonesia è anche la struttura materiale della propria unità nazionale. Sicurezza marittima, libertà di navigazione, protezione delle risorse e difesa delle acque arcipelagiche sono quindi elementi costitutivi della strategia nazionale. Questa postura non implica una militarizzazione indiscriminata, ma una crescente consapevolezza del fatto che sovranità, economia e prestigio internazionale si incontrano proprio nello spazio marittimo.
La nozione di Global Maritime Fulcrum, rilanciata durante la presidenza Jokowi, va letta in questa prospettiva. Non come ambizione egemonica, ma come tentativo di fare dell’Indonesia il perno di connessione tra i due oceani, valorizzandone la posizione geografica, modernizzando infrastrutture e rafforzando una più solida consapevolezza marittima [8]. Con l’arrivo di Prabowo alla presidenza, il quadro politico è mutato, ma l’impostazione di fondo — centralità marittima, prudenza strategica, autonomia diplomatica — non sembra essere stata abbandonata. Resta però da capire se la nuova leadership accentuerà la dimensione securitaria di questa visione senza alterarne il nucleo non-allineato.
Tra Stati Uniti e Cina
Il rapporto con la Cina è il terreno su cui questa strategia di equilibrio risulta più evidente. Sul piano economico, Pechino è ormai un partner imprescindibile. Ciò dipende dalla struttura stessa dell’economia indonesiana, che combina una forte dotazione di risorse naturali con un processo di industrializzazione selettiva e una crescente attenzione al valore aggiunto. Nichel, rame, carbone, olio di palma e manifattura leggera si intrecciano con politiche di industrializzazione interna, attrazione di investimenti e ambizione di inserirsi in segmenti più sofisticati delle catene del valore, soprattutto quelle legate alla transizione energetica. In questa prospettiva, la Cina rappresenta per Jakarta insieme un mercato, un investitore e un partner industriale di prima grandezza [9].
Sul piano della sicurezza, però, l’Indonesia continua a considerare indispensabile il rapporto con Washington. Gli Stati Uniti restano un riferimento importante in materia di sicurezza marittima, cooperazione militare, formazione, interoperabilità e modernizzazione della difesa [10]. Il rapporto con Washington, inoltre, non è solo bilaterale: si inserisce in una più ampia esigenza indonesiana di impedire che l’ambiente strategico regionale venga dominato unilateralmente da Pechino.
Da qui nasce la logica dell’equilibrio dinamico. L’Indonesia non pratica una finta equidistanza, né una neutralità di comodo. Cerca piuttosto di evitare che uno dei due poli — cinese o americano — acquisisca un vantaggio così netto da comprimere la sua autonomia. Con Pechino coltiva interdipendenza economica; con Washington mantiene un rapporto utile all’equilibrio strategico; con l’ASEAN prova a costruire la cornice diplomatica che renda meno destabilizzante la rivalità tra grandi potenze.
Questa strategia non si esaurisce tuttavia in un semplice bilanciamento. L’obiettivo di Jakarta è anche preservare il proprio spazio di mediazione. Un allineamento esplicito con uno dei due campi ridurrebbe infatti il margine di manovra dell’Indonesia, indebolendone il ruolo regionale. Da qui la costante ricerca di una postura che non sia né subordinata né provocatoria: una postura che consenta al Paese di restare interlocutore credibile per entrambi i poli della competizione indo-pacifica.
Crescita economica e potenza regionale
La dimensione geopolitica indonesiana sarebbe incomprensibile senza quella geoeconomica. L’Indonesia non è soltanto un attore diplomatico prudente; è anche una delle principali economie emergenti del G20 e una delle società più dinamiche dell’Asia contemporanea. La sua crescita, pur meno spettacolare di quella di altre economie emergenti, ha mostrato una notevole continuità, sostenuta da investimenti, domanda interna e relativa stabilità macroeconomica [11].
Il peso della demografia è decisivo. Una popolazione ampia, relativamente giovane e in via di urbanizzazione alimenta una domanda interna che riduce la dipendenza dall’export puro e rende l’Indonesia meno vulnerabile di altre economie asiatiche a shock esterni concentrati su un solo settore [12]. Questa combinazione tra mercato domestico, risorse naturali e apertura selettiva agli investimenti esteri rende Jakarta un candidato naturale a beneficiare della ristrutturazione delle catene del valore asiatiche.
Allo stesso tempo, il Paese cerca di spostarsi da un modello fondato sull’estrazione e sulla semplice esportazione di materie prime verso uno schema più industriale. La strategia di valorizzazione interna del nichel e di altri minerali critici, pur controversa, risponde a questa logica: aumentare il contenuto tecnologico della crescita, attrarre capitali, costruire filiere nazionali o semi-nazionali e trasformare la rendita delle risorse in leva geopolitica. Non è un passaggio lineare, ma segnala una chiara volontà di ascesa economica guidata dallo Stato.
La rilevanza economica dell’Indonesia non costituisce quindi soltanto la base materiale della sua ascesa, ma rafforza anche la credibilità della sua autonomia diplomatica. Quanto più cresce il suo peso geoeconomico, tanto più Jakarta può resistere alle pressioni di allineamento provenienti dall’esterno e presentarsi come attore con un proprio spazio d’azione. In questo senso, la politica estera indonesiana è anche una politica di sviluppo: mantenere un ambiente regionale non polarizzato, preservare la libertà di commercio e continuare a dialogare con tutti i grandi attori non è solo una scelta diplomatica, ma una condizione per sostenere la crescita e consolidare la proiezione del Paese.
Limiti e contraddizioni
Le ambizioni indonesiane si scontrano tuttavia con limiti significativi. Il primo, e più evidente, riguarda il rapporto tra peso potenziale e capacità effettive. L’Indonesia dispone di enormi risorse demografiche, geografiche e simboliche, ma incontra ancora difficoltà nel tradurle in capacità militari pienamente coerenti con le sue responsabilità strategiche. La dispersione dell’arcipelago, la necessità di sorvegliare spazi marittimi vastissimi, i vincoli di bilancio e la modernizzazione incompleta delle forze armate limitano la possibilità di trasformare il potenziale in deterrenza credibile.
Il secondo limite riguarda la difficoltà di convertire la leadership informale in leadership realmente incisiva. L’Indonesia è il naturale candidato alla guida regionale, ma proprio la sua preferenza per una postura consensuale e non coercitiva ne riduce talvolta la capacità di iniziativa. Il risultato è una leadership riconosciuta, ma non sempre risolutiva; centrale, ma raramente decisiva. Jakarta esercita influenza, ma fatica spesso a tradurla in capacità di orientare in modo stringente il comportamento dell’intera ASEAN.
A questi nodi si aggiunge il dossier del Mar Cinese Meridionale e, più in particolare, dell’area delle Natuna. Formalmente l’Indonesia non si considera parte della disputa territoriale principale, ma le attività cinesi nelle aree che intersecano la zona economica esclusiva indonesiana hanno reso sempre più difficile la tradizionale linea di basso profilo. Le acque attorno alle Natuna costituiscono il punto in cui la cultura strategica indonesiana incontra la realtà concreta della competizione geopolitica [13]. È lì che legalismo, non-allineamento e prudenza diplomatica devono misurarsi con la necessità di rendere credibile la difesa della sovranità.
Permangono poi fragilità interne che incidono direttamente sulla proiezione esterna. La crescita economica è reale, ma resta accompagnata da diseguaglianze territoriali, carenze infrastrutturali, vulnerabilità climatiche e problemi di governance. Il trasferimento della capitale amministrativa a Nusantara è stato concepito anche come tentativo di riequilibrare lo sviluppo e ridurre la pressione su Jakarta, ma testimonia al tempo stesso l’ampiezza delle sfide ancora aperte. Una potenza regionale può essere tale solo se riesce a integrare efficacemente il proprio spazio interno.
Infine, la stessa strategia dell’equilibrio dinamico comporta rischi crescenti. Quanto più si intensifica la rivalità tra Stati Uniti e Cina, tanto più diventa difficile restare al centro senza essere trascinati verso i margini di uno dei due campi. L’Indonesia punta a farsi ponte; ma in un contesto di polarizzazione crescente, i ponti vengono spesso attraversati da tutti e controllati da nessuno.
Conclusione
L’Indonesia è oggi una potenza regionale a pieno titolo, ma di un tipo particolare. Non è una potenza che punta all’egemonia, né un attore che voglia organizzare l’Indo-Pacifico attorno a un proprio progetto di dominio. È piuttosto una potenza di equilibrio, la cui influenza poggia su quattro elementi: massa demografica, centralità marittima, peso economico crescente e capacità di orientare la grammatica diplomatica della regione.
La sua riluttanza non va dunque interpretata come mancanza di ambizione. È, al contrario, una forma di calcolo strategico: Jakarta ritiene che, in un ambiente segnato dalla competizione sistemica, il modo più efficace per preservare autonomia e crescita sia evitare schieramenti irreversibili, rafforzare il multilateralismo ASEAN, mantenere rapporti funzionali con tutte le grandi potenze e presentarsi come garante di un ordine regionale inclusivo.
Ma proprio qui si concentra la prova decisiva dei prossimi anni. L’Indonesia non dovrà soltanto continuare a difendere la propria autonomia; dovrà dimostrare di saperla trasformare in potere effettivo, cioè in capacità di deterrenza, iniziativa e leadership concreta. In fondo, la vera originalità della sua traiettoria sta in questo paradosso: l’Indonesia ha costruito la propria influenza evitando di comportarsi come una potenza tradizionale. Il problema, ora, è capire se questa formula resterà sufficiente in un Indo-Pacifico sempre più polarizzato.
Se riuscirà a rendere la propria prudenza compatibile con una leadership più incisiva, Jakarta potrà diventare uno degli architravi del nuovo ordine asiatico. In caso contrario, rischierà di restare ciò che già oggi in parte è: una potenza indispensabile, ma incompiuta.
Bibliografia
[1] World Bank, Indonesia’s Economy Maintains Resilience Amid Global Uncertainty, 16 dicembre 2025.
https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2025/12/16/indonesia-s-economy-maintains-resilience-amid-global-uncertainty
[2] Dewi Fortuna Anwar, Indonesia and the ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, International Affairs, vol. 96, n. 1, 2020, pp. 111–129.
https://academic.oup.com/ia/article/96/1/111/5697504
[3] Bandung Conference / Asian-African Conference Museum, materiali sulla Conferenza di Bandung del 1955.
https://www.bandung1955.org/
[4] Dewi Fortuna Anwar, Indonesia and the ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, International Affairs, vol. 96, n. 1, 2020, pp. 111–129.
https://academic.oup.com/ia/article/96/1/111/5697504
[5] Rizal Sukma, Security Sector Reform in Indonesia, Working Paper n. 9, Conflict Research Unit, Netherlands Institute of International Relations Clingendael, 2003.
https://www.clingendael.org/sites/default/files/2016-02/20030200_cru_working_paper_9.PDF
[6] ASEAN, ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, 23 giugno 2019; vedi anche ASEAN Leaders’ Declaration on the ASEAN Outlook on the Indo-Pacific for the Future-Ready ASEAN and ASEAN-Centred Regional Architecture, 9 ottobre 2024.
https://asean.org/wp-content/uploads/2021/01/ASEAN-Outlook-on-the-Indo-Pacific_FINAL_22062019.pdf
https://asean.org/wp-content/uploads/2024/10/3-Final_ALD-on-the-AOIP-for-the-Future-Ready-ASEAN-and-ASEAN-Centered-Regional-Architecture.pdf
[7] ASEAN, ASEAN Outlook on the Indo-Pacific, 23 giugno 2019.
https://asean.org/wp-content/uploads/2021/01/ASEAN-Outlook-on-the-Indo-Pacific_FINAL_22062019.pdf
[8] Office of Assistant to Deputy Cabinet Secretary for State Documents & Translation, President Jokowi at IMO Forum: I’m Committed to Making Indonesia Global Maritime Fulcrum, 20 aprile 2016.
https://setkab.go.id/en/president-jokowi-at-imo-forum-im-committed-to-making-indonesia-global-maritime-fulcrum/
[9] BPS-Statistics Indonesia, Indonesia’s Balance of Trade Continues to Record a Surplus, 5 gennaio 2026; vedi anche Trade Balance Surplus at the Beginning of 2026, 3 marzo 2026.
https://www.bps.go.id/en/news/2026/01/05/836/indonesia-s-balance-of-trade-continues-to-record-a-surplus.htmlhttps://www.bps.go.id/en/news/2026/03/03/870/trade-balance-surplus-at-the-beginning-of-2026.html
[10] U.S. Department of State, U.S. Relations With Indonesia; U.S. Embassy in Indonesia, Fact Sheet: U.S.-Indonesia Maritime Cooperation.
https://2021-2025.state.gov/u-s-relations-with-indonesia/https://id.usembassy.gov/fact-sheet-u-s-indonesia-maritime-cooperation/
[11] World Bank, Indonesia Economic Prospects, dicembre 2025.
https://openknowledge.worldbank.org/entities/publication/2181f2fe-62c4-4a7c-b38d-d940dd673530
[12] World Bank Data, Population, total – Indonesia.
https://data.worldbank.org/indicator/SP.POP.TOTL?locations=ID
[13] Reuters, Indonesia to respond appropriately to South China Sea incidents, official says, 31 ottobre 2024; vedi anche Reuters, Indonesia says it has no overlapping South China Sea claims with China, despite deal, 11 novembre 2024.
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/indonesia-respond-appropriately-south-china-sea-incidents-official-says-2024-10-31/
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/indonesia-says-it-has-no-overlapping-south-china-sea-claims-with-china-despite-2024-11-11/
(Featured Image Source: Central Intelligence Agency – Wikipedia under Public domain)
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