La fine del dopoguerra giapponese: la rinascita strategica e identitaria di Tokyo
– Matteo Forlani –
Introduzione
Per decenni il Giappone è stato percepito come un’eccezione della politica internazionale: una grande potenza economica, tecnologicamente avanzata, ma riluttante a convertire il proprio peso in influenza militare. La sua immagine pubblica si è costruita attorno a una rinuncia, quella alla guerra come strumento ordinario della sovranità. In questa scelta si sono intrecciati il trauma della sconfitta del 1945, la memoria di Hiroshima e Nagasaki, la protezione statunitense e una cultura politica che ha a lungo identificato la prudenza strategica con la legittimità democratica [1].
Oggi quell’equilibrio si sta incrinando. Non perché il Giappone stia semplicemente tornando a essere una potenza armata nel senso classico del termine, ma perché il quadro che aveva reso possibile il suo dopoguerra appare sempre meno sostenibile. La pressione della Cina, l’instabilità nordcoreana, la guerra in Ucraina, la competizione indo-pacifica e la minore prevedibilità della protezione americana stanno spingendo Tokyo a ripensare i fondamenti della propria postura internazionale [2].
La trasformazione in corso investe insieme strategia, politica interna, industria della difesa, sicurezza energetica e immaginario nazionale. L’ascesa di Sanae Takaichi ha dato a questo processo un profilo più netto. Prima donna a guidare il governo giapponese e figura riconducibile all’ala conservatrice del Partito Liberal Democratico, Takaichi non inaugura da sola la svolta, ma la rende più visibile. La sua leadership si colloca nella continuità del ciclo aperto da Shinzo Abe, accentuandone il tratto ideologico: il Giappone non può più pensarsi come semplice gigante economico sotto tutela, ma deve tornare a concepirsi come soggetto strategico pieno.
Quello che si osserva, dunque, non è soltanto un riarmo. È il progressivo venir meno del dopoguerra giapponese come cornice complessiva della sua identità strategica.
Il dopoguerra come ordine politico
Il pacifismo giapponese non è nato come semplice inclinazione morale. È stato il prodotto di una sconfitta totale, di un’occupazione straniera e di una rifondazione costituzionale. L’Articolo 9, con la sua rinuncia alla guerra, è diventato il simbolo più potente di quella cesura. Per decenni esso ha rappresentato non solo una norma, ma il principio ordinatore dell’identità nazionale: il Giappone non sarebbe più stato una potenza militare, bensì una democrazia commerciale inserita in un sistema di alleanze guidato dagli Stati Uniti.
Questo assetto, però, è sempre stato meno lineare di quanto suggerisse la retorica ufficiale. Il Giappone non ha mai cessato del tutto di essere un attore strategico; ha piuttosto scelto di esercitare la propria sovranità in forme limitate sul piano militare, compensando con economia, tecnologia e diplomazia. Il pacifismo del dopoguerra è stato dunque insieme una convinzione normativa e un compromesso geopolitico. Ha funzionato perché Washington garantiva la sicurezza e perché il contesto regionale non costringeva Tokyo a pensarsi come protagonista armato.
A dare forma concreta a questo compromesso fu quella che viene spesso definita “Dottrina Yoshida”: priorità alla ricostruzione economica, limitazione dell’impegno militare e affidamento della sicurezza strategica all’alleanza con gli Stati Uniti [3]. Più che una dottrina formalizzata in senso stretto, essa fu un orientamento di lungo periodo che permise al Giappone di concentrarsi sulla crescita e di rinviare il problema di una piena autonomia strategica. La trasformazione odierna può essere letta anche come il progressivo esaurimento di quel paradigma.
La creazione delle Forze di Autodifesa nel 1954 mostrò già i limiti del pacifismo assoluto. Lo Stato manteneva uno strumento militare, ma evitava di riconoscerlo come tale nel senso pieno del termine. In questo senso, il Giappone postbellico non ha abolito la forza: l’ha ricollocata entro un linguaggio di autodifesa, legalismo e auto-limitazione.
In questa prospettiva, conviene distinguere tra pacifismo giuridico e pacifismo strategico [4]. Il primo riguarda il vincolo costituzionale e simbolico imposto dall’Articolo 9; il secondo descrive invece una postura di contenimento militare resa possibile dalla protezione americana e da un ambiente regionale relativamente gestibile. La trasformazione in corso non coincide con l’abolizione del primo, ma con l’erosione del secondo: il Giappone non ha ancora rotto formalmente con il proprio lessico pacifista, ma lo interpreta sempre meno come auto-limitazione strategica.
La lenta erosione del pacifismo strategico
La fine della Guerra fredda e la crescente instabilità dell’Asia orientale hanno progressivamente logorato quel compromesso. Le missioni internazionali, il peacekeeping, il supporto logistico agli alleati e il rafforzamento delle capacità marittime hanno mostrato che il Giappone non poteva più limitarsi a una postura puramente passiva [5]. Il cambiamento decisivo, tuttavia, è arrivato con Shinzo Abe.
Abe comprese che il Giappone non aveva bisogno di abbandonare formalmente il lessico del pacifismo per modificarne la sostanza [6]. La sua strategia non fu quella della rottura aperta, ma quella della reinterpretazione progressiva. Nel 2014 il governo aprì alla possibilità di esercitare l’autodifesa collettiva in casi limitati; nel 2015 la nuova legislazione sulla sicurezza consolidò questo passaggio [7]. Formalmente l’Articolo 9 restava intatto, ma la sua portata pratica si ampliava in modo rilevante.
L’obiettivo di Abe era più ambizioso di un semplice aggiustamento tecnico. Egli voleva sottrarre il Giappone all’idea di essere una potenza incompleta [8]. Anche la nozione di “Indo-Pacifico libero e aperto” va letta in questa prospettiva: non solo come risposta all’ascesa cinese, ma come cornice entro cui Tokyo poteva tornare a esercitare un ruolo più attivo, senza dichiararsi apertamente potenza revisionista.
Da allora la traiettoria non si è più fermata.
Da Ishiba a Takaichi: crisi della mediazione, ritorno del decisionismo
Per comprendere la fase attuale, però, bisogna evitare una narrazione troppo lineare. Prima dell’affermazione di Takaichi, il sistema politico giapponese ha attraversato una fase di incertezza. Dopo il logoramento del governo Kishida, dovuto all’inflazione importata, alla debolezza dello yen e agli scandali che hanno colpito il PLD, la leadership di Shigeru Ishiba ha rappresentato un tentativo di ristabilire credibilità e moderazione.
Quel tentativo non è riuscito a ricostruire davvero l’autorità del partito dominante. La fragilità parlamentare emersa dopo il voto del 2024 ha mostrato che il lungo predominio del PLD non poggiava più sulla stessa compattezza politica e simbolica del passato. L’ascesa di Takaichi è anche il prodotto di questa crisi della mediazione centrista: quando il compromesso appare insufficiente, cresce lo spazio per una leadership che promette direzione, identità e decisione.
In questo senso, Takaichi va letta meno come origine della svolta e più come sua accelerazione. La sua importanza non sta solo nei provvedimenti che propone, ma nel tipo di legittimazione che incarna: quella di un Giappone meno disposto a definirsi attraverso il contenimento di sé.
La svolta strategica si inserisce così anche dentro una crisi più ampia di rappresentanza e di fiducia. In un Paese segnato da stagnazione, invecchiamento demografico e logoramento del partito dominante, la sicurezza tende a diventare non solo una risposta al contesto esterno, ma anche uno strumento di ricomposizione politica interna. Il discorso sul riarmo, sulla deterrenza e sulla normalizzazione strategica acquista dunque una funzione ulteriore: offrire al sistema politico giapponese un nuovo principio di legittimazione.
Una nuova grammatica della sicurezza
Il salto più rilevante sul piano strategico resta quello codificato nei documenti del 2022. Con essi il Giappone ha riconosciuto apertamente che l’ambiente di sicurezza attorno all’arcipelago è il più severo del dopoguerra e ha introdotto, in termini espliciti, il tema delle capacità di controffensiva [8]. È qui che si consuma la vera discontinuità: la difesa non viene più pensata soltanto come resistenza a un’aggressione, ma come capacità di colpire gli strumenti dell’attacco per ristabilire deterrenza e credibilità.
In questo senso, il vecchio principio della difesa puramente reattiva non viene formalmente abbandonato, ma reinterpretato fino quasi a mutare significato. Il Giappone continua a presentarsi come potenza difensiva, ma attribuisce ormai alla difesa un contenuto molto più ampio e operativo. Il punto decisivo è proprio questo: Tokyo non ha cancellato il lessico del dopoguerra, ma lo sta piegando a una logica strategica nuova, nella quale la prudenza non coincide più con l’astensione, bensì con la capacità di prepararsi al conflitto senza dichiararlo apertamente [9].
L’alleanza con gli Stati Uniti: perno e problema
Il rapporto con Washington continua a essere il cardine della sicurezza giapponese. Senza gli Stati Uniti, Tokyo non disporrebbe della stessa profondità strategica, dello stesso accesso tecnologico e della stessa credibilità deterrente. Eppure, questa alleanza non è più vissuta come nel passato. La nuova fase è caratterizzata da una combinazione di dipendenza e inquietudine.
Da un lato il Giappone investe ancora di più nel legame con gli Stati Uniti, consapevole che nessun altro attore può sostituirne il ruolo nel breve periodo. Dall’altro, il ritorno di Donald Trump ha riaperto il problema della prevedibilità: un’alleanza può restare formalmente solida e tuttavia diventare più incerta nei costi, nelle gerarchie e nella disponibilità politica del protettore [2].
Proprio qui si colloca uno degli elementi più delicati del nuovo corso giapponese. Tokyo non intende rompere con Washington, ma non vuole più dipendere da essa negli stessi termini del passato. L’aumento delle capacità proprie nasce anche da questa diffidenza: non come emancipazione completa, ma come tentativo di riequilibrio.
Il Medio Oriente e i limiti della proiezione giapponese
La trasformazione strategica di Tokyo non nasce soltanto nel confronto con la Cina. A ricordare al Giappone quanto la sua sicurezza dipenda da equilibri più vasti è anche il Medio Oriente, che continua a incidere direttamente sulla stabilità energetica del Paese e sulla libertà delle rotte commerciali. Nel marzo 2026 l’escalation legata all’Iran ha mostrato con chiarezza quanto il Golfo resti un punto sensibile per l’economia giapponese: l’aumento dei prezzi dell’energia, la pressione sulle catene di approvvigionamento e il timore di interruzioni nei traffici hanno riportato al centro una vulnerabilità strutturale, legata al fatto che gran parte del petrolio importato da Tokyo proviene ancora da quell’area [10].
Qui emerge un tratto rivelatore della postura giapponese. Di fronte a una crisi che coinvolge direttamente gli interessi del suo principale alleato, il Giappone non può permettersi né un disallineamento frontale da Washington né un’adesione automatica a una logica di intervento. La sua risposta si muove quindi su un doppio binario: sostegno politico all’alleanza e forte attenzione alla sicurezza dei flussi energetici, ma anche prudenza nell’uso della forza, per effetto dei limiti costituzionali e della cautela dell’opinione pubblica rispetto a operazioni militari fuori area.
Il Medio Oriente diventa così un banco di prova rivelatore. Tokyo appare più realista sul piano della sicurezza economica — diversifica forniture, coordina riserve strategiche e collega sempre più apertamente energia e interesse nazionale — ma resta molto più prudente quando il discorso si sposta sull’intervento militare vero e proprio [11]. Questo mostra che la fine del dopoguerra giapponese non coincide con la disponibilità a una proiezione armata globale, bensì con il passaggio a una postura più severa e consapevole, in cui energia, alleanze e sicurezza marittima vengono pensate come un unico problema strategico.
La Cina come fattore di accelerazione
Il principale motore esterno della trasformazione resta la Cina. La modernizzazione militare di Pechino, la pressione nel Mar Cinese Orientale, la questione delle Senkaku e la centralità crescente dello scenario taiwanese hanno profondamente modificato la percezione giapponese del rischio. La Cina non è più vista soltanto come concorrente economico o rivale diplomatico, ma come la potenza capace di ridefinire gli equilibri dell’Asia orientale.
Le dichiarazioni di Takaichi su Taiwan vanno comprese dentro questa cornice. Anche quando il governo attenua la portata ufficiale di quelle affermazioni, il segnale politico è chiaro: uno scontro nello Stretto non può più essere trattato come un evento remoto o neutro rispetto alla sicurezza giapponese. A pesare è anche una costante geografica spesso sottovalutata: il Giappone è una potenza insulare la cui sicurezza dipende in misura cruciale dal controllo delle linee marittime di comunicazione. Per Tokyo, la questione cinese non riguarda soltanto l’equilibrio militare nel Mar Cinese Orientale o il destino di Taiwan, ma la tenuta di un sistema di rotte da cui dipendono commercio, approvvigionamenti energetici e stabilità economica. È anche per questo che il rafforzamento navale e missilistico giapponese va letto non solo in chiave territoriale, ma come tentativo di proteggere la continuità strategica di uno Stato profondamente esposto alla vulnerabilità del mare.
La Cina, dal canto suo, ha interesse a rappresentare ogni rafforzamento giapponese come prova di una remilitarizzazione pericolosa. In parte è propaganda, ma il nodo politico resta reale: la competizione tra Tokyo e Pechino non riguarda più soltanto il commercio, la diplomazia o la memoria storica; riguarda la futura distribuzione della potenza in Asia-Pacifico.
Il nodo nucleare: energia, deterrenza, tabù
Il punto in cui questa trasformazione diventa più sensibile è il nucleare. In Giappone l’atomo non può mai essere un tema neutro: Hiroshima e Nagasaki ne fanno una questione morale, simbolica e storica prima ancora che strategica. Eppure, proprio qui si misura con maggiore evidenza quanto il dopoguerra stia perdendo la propria presa esclusiva.
Occorre distinguere due livelli. Il primo è quello del nucleare civile. Dopo Fukushima, il sistema energetico giapponese era entrato in una lunga fase di blocco e ridefinizione; oggi il governo considera invece il nucleare una leva per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, contenere i costi energetici e sostenere la futura domanda di elettricità [12]. La rinascita dell’atomo civile risponde quindi a una logica di sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia nazionale.
Il secondo livello è quello militare. Il Giappone continua ufficialmente ad aderire ai Tre Principi non Nucleari, ma il fatto stesso che una parte del dibattito politico abbia ricominciato a interrogarsi sulla loro tenuta è già un segnale storico. La questione non è che Tokyo stia per diventare una potenza nucleare militare; la questione è che il tabù, da solo, non basta più a chiudere la discussione [13].
Il Giappone come potenza di soglia
In questo contesto torna utile la nozione di “latenza nucleare”. Il Giappone non possiede armi atomiche, ma dispone di quasi tutti gli elementi che renderebbero teoricamente possibile una rapida conversione: una base tecnologica avanzatissima, una filiera nucleare civile sofisticata, competenze scientifiche di primo livello e capacità missilistiche e spaziali altamente sviluppate. Per questo viene spesso descritto come uno Stato di soglia.
Questo concetto va maneggiato con cautela [14]. Non autorizza a presentare la nuclearizzazione come inevitabile. Aiuta però a chiarire il punto essenziale: il limite non è più soprattutto tecnico, ma politico. Finché la volontà politica non cambia, la latenza resta tale. Ma se mutasse il contesto strategico — per esempio per una drastica riduzione della credibilità americana o per una crisi maggiore su Taiwan — il dibattito potrebbe spostarsi molto rapidamente.
Effetto domino regionale
Il riarmo giapponese non si sviluppa in un vuoto strategico. La Corea del Nord continua a rappresentare la minaccia più immediata sul piano missilistico e nucleare; la Corea del Sud, invece, costituisce per Tokyo uno specchio strategico particolarmente significativo. Anche Seoul dipende dalla deterrenza estesa americana e anche lì il dibattito sull’autonomia strategica si è fatto più esplicito.
Se le due principali democrazie industriali dell’Asia orientale dovessero interrogarsi insieme, e in modo più radicale, sui limiti dell’ombrello nucleare statunitense, l’intera architettura di sicurezza regionale ne uscirebbe trasformata. Il problema, in altre parole, non riguarda soltanto le scelte del Giappone, ma il possibile effetto di trascinamento che esse potrebbero esercitare su un’area già attraversata da rivalità, deterrenza e sfiducia.
Per ora il coordinamento trilaterale con Washington resta il pilastro preferito da Tokyo. Ma proprio la necessità di ribadirlo segnala che il quadro si è fatto più instabile. Il rischio, nel breve periodo, non è una proliferazione immediata, bensì una lunga fase di ambiguità strategica, in cui nessuno rompe formalmente i tabù ma tutti si preparano a un ambiente più ostile.
Economia politica del riarmo
La nuova postura strategica del Giappone ha un costo economico e finanziario enorme. Il Paese resta una delle economie più indebitate al mondo in rapporto al PIL, dipende ancora in misura significativa dalla stabilità del mercato obbligazionario e deve bilanciare spesa sociale, spesa militare e stimolo economico in una società invecchiata e stagnante.
La linea associata a Takaichi combina reflazione, maggiore spesa pubblica, pressione per una politica monetaria non troppo restrittiva e priorità alla crescita rispetto alla disciplina fiscale [15]. È una linea politicamente comprensibile, ma strutturalmente rischiosa. Da un lato il Giappone vuole finanziare il rafforzamento della difesa, sostenere il nucleare civile e rilanciare la crescita. Dall’altro, rendimenti più alti e maggiore nervosismo dei mercati possono rendere molto più costoso proprio quel progetto di potenza che la politica intende sostenere.
In un sistema globalmente interconnesso come quello giapponese, la questione non è solo nazionale. Movimenti dello yen, riallocazioni di capitale e tensioni sul debito nipponico possono produrre effetti ben oltre l’Asia. La trasformazione del Giappone, insomma, non riguarda solo la sicurezza regionale: può avere ricadute sistemiche sul piano economico e finanziario.
Una rinascita anche identitaria
Sarebbe riduttivo leggere tutto questo soltanto come risposta tecnica alle minacce esterne. Sotto la superficie del riarmo si sta producendo anche uno spostamento simbolico: il Giappone appare sempre meno disposto a lasciarsi definire unicamente dalla grammatica della rinuncia costruita nel dopoguerra. [16][17].
Anche la memoria della guerra in Giappone è stata meno lineare di quanto spesso si supponga. Accanto al rifiuto della violenza e al trauma atomico, hanno continuato a convivere letture controverse del passato imperiale, dispute sulla responsabilità storica e una persistente tensione tra memoria della sconfitta e memoria della nazione. È dentro questa ambivalenza che la destra conservatrice ha cercato, nel tempo, di riaprire il discorso sull’orgoglio nazionale, sulla revisione della storia e sul superamento dell’eccezionalismo pacifista del dopoguerra.
Non serve evocare un ritorno dell’impero per cogliere il senso di questa trasformazione. È più corretto dire che una parte della classe dirigente giapponese non accetta più l’eccezionalismo postbellico come destino permanente. In questo senso, la svolta di Tokyo è anche una contesa sul significato della nazione: non più soltanto Paese pacificato e prospero, ma Stato capace di volontà, rischio e decisione.
È qui che Takaichi acquista un valore simbolico preciso. La sua rilevanza non dipende soltanto dalle misure che propone, ma dal linguaggio che contribuisce a rendere legittimo: quello di un Giappone che vuole smettere di pensarsi come potenza trattenuta.
Scenari futuri
Nel breve periodo, l’esito più probabile non è né un ritorno al pacifismo tradizionale né una corsa immediata all’arma atomica. Più realistico è immaginare una fase di ambiguità strategica controllata, in cui Tokyo continuerà a rafforzare la deterrenza convenzionale, a consolidare il coordinamento con Washington, a rilanciare il nucleare civile e a reinterpretare con maggiore elasticità i propri vincoli, senza oltrepassare formalmente le soglie più radicali.
La direzione di lungo periodo dipenderà soprattutto da tre variabili: la credibilità della protezione americana, l’andamento della pressione cinese — soprattutto su Taiwan e nel Mar Cinese Orientale — e la tenuta del consenso interno. Finché l’alleanza con Washington resterà percepita come affidabile, il Giappone avrà forti incentivi a mantenersi entro una postura di rafforzamento controllato. Se invece la coercizione cinese dovesse aumentare e, insieme, l’ombrello statunitense apparire meno credibile, allora il dibattito su deterrenza, autonomia e revisione dei tabù accelererebbe inevitabilmente.
Molto dipenderà anche dal fronte interno: ogni trasformazione strategica, per durare, dovrà misurarsi con i limiti costituzionali, con la memoria storica e con la sostenibilità economica del riarmo. Se questi fattori resteranno entro un margine gestibile, il Giappone consoliderà il proprio profilo di potenza di sicurezza più attiva, ma ancora prudente. Se invece dovessero convergere in senso negativo, la transizione potrebbe spingersi oltre una normalizzazione sorvegliata e assumere un carattere ben più radicale.
Conclusione
Il Giappone sta attraversando un passaggio storico che non può essere ridotto a una formula semplice. Non sta abbandonando del tutto il proprio pacifismo, ma ne sta ridefinendo il significato. Non sta rompendo con gli Stati Uniti, ma non vuole più dipendere da essi negli stessi termini del passato. Non si sta dichiarando potenza nucleare, ma non considera più il tema completamente indicibile. Non sta tornando all’impero, ma non accetta più che il dopoguerra resti l’unica grammatica possibile della propria identità.
La questione decisiva, allora, non è se Tokyo si stia riarmando — è evidente che lo stia facendo — ma quale tipo di potenza intenda diventare attraverso questo riarmo. Più autonoma rispetto a Washington, ma ancora prudente? Determinata a restare uno Stato di soglia senza oltrepassare il tabù nucleare? Oppure destinata a occupare un ruolo centrale in una nuova architettura di sicurezza asiatica?
Il nuovo profilo strategico di Tokyo nasce infatti dall’intreccio tra minacce regionali e vulnerabilità globali: non solo Cina, Corea del Nord e Taiwan, ma anche sicurezza energetica, rotte marittime, stabilità finanziaria e affidabilità dell’alleanza americana in uno spazio internazionale sempre meno ordinato. La risposta non è ancora definitiva. Ma una cosa appare ormai chiara: il Giappone non si percepisce più soltanto come il Paese plasmato dal dopoguerra [16]. Sta tornando a concepirsi come soggetto attivo della storia.
Bibliografia:
[1] Ministry of Foreign Affairs of Japan, National Security Strategy (NSS).
https://www.mofa.go.jp/fp/nsp/page1we_000081.html
[2] Reuters, Trump shock spurs Japan to think about unthinkable nuclear arms, 20 agosto 2025.
https://www.reuters.com/investigations/trump-shock-spurs-japan-think-about-unthinkable-nuclear-arms-2025-08-20/
[3] Hoshiro Hiroyuki, Deconstructing the “Yoshida Doctrine”, Japanese Journal of Political Science, vol. 23, n. 2, 2022, pp. 105–121.
https://www.cambridge.org/core/journals/japanese-journal-of-political-science/article/deconstructing-the-yoshida-doctrine/FC8977F907AF6297D9F36D711267003F
[4] CSIS, New Japan Self-Defense Force Missions under the “Proactive Contribution to Peace” Policy, 21 luglio 2016.
https://www.csis.org/analysis/new-japan-self-defense-force-missions-under-proactive-contribution-peace-policy
[5] Ministry of Foreign Affairs of Japan, Japan’s Legislation for Peace and Security, marzo 2016.
https://www.mofa.go.jp/files/000143304.pdf
[6] Ministry of Foreign Affairs of Japan, Legislation for Peace and Security; Cabinet Secretariat of Japan, documentazione sull’autodifesa collettiva.
https://www.mofa.go.jp/fp/nsp/page23e_000273.html
[7] Ministry of Foreign Affairs of Japan, Development of Security Legislation.
https://www.mofa.go.jp/fp/nsp/page1we_000084.html
[8] Cabinet Secretariat of Japan, National Security Strategy of Japan, 16 dicembre 2022.
https://www.cas.go.jp/jp/siryou/221216anzenhoshou/nss-e.pdf
[9] International Crisis Group, Embracing Arms: Securing Japan in a “New Era of Crisis” (PDF), 12 dicembre 2025.
https://www.crisisgroup.org/sites/default/files/2025-12/351-japan-embracing-arms.pdf
[10] Reuters, Chemical producers, sento baths: Japan feels heat of Middle East supply crisis, 19 marzo 2026.
https://www.reuters.com/business/energy/chemical-producers-sento-baths-japan-feels-heat-middle-east-supply-crisis-2026-03-19/
[11] Reuters, Japan industry ministry asks Australia to boost LNG output amid Iran crisis, 14 marzo 2026.
https://www.reuters.com/sustainability/boards-policy-regulation/japan-industry-ministry-asks-australia-boost-lng-output-amid-iran-crisis-2026-03-14/
[12] Reuters, Fukushima memories fade as Japan embraces nuclear-powered future, 9 marzo 2026.
https://www.reuters.com/business/energy/fukushima-memories-fade-japan-embraces-nuclear-powered-future-2026-03-09/
[13] International Crisis Group, Embracing Arms: Securing Japan in a “New Era of Crisis”, Asia Report n. 351, 12 dicembre 2025.
https://www.crisisgroup.org/rpt/asia-pacific/japan-united-states-china/351-embracing-arms-securing-japan-new-era-crisis
[14] Mark Fitzpatrick, Asia’s Latent Nuclear Powers: Japan, South Korea and Taiwan, IISS Adelphi, 2015.
https://www.iiss.org/publications/adelphi/2015/asia39s-latent-nuclear-powers-japan-south-korea-and-taiwan/
[15] Reuters, Japan lower house approves Takaichi’s dovish nominees to fill BOJ board, 19 marzo 2026.
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/japan-lower-house-approves-takaichis-dovish-nominees-fill-boj-board-2026-03-19/
[16] Federico Rampini, La lezione del Giappone. Il Paese che anticipa le sfide dell’Occidente, Mondadori, 2025.
https://www.mondadori.it/libri/la-lezione-del-giappone-federico-rampini/
[17] Andrew L. Oros, Normalizing Japan: Politics, Identity, and the Evolution of Security Practice, Stanford University Press, 2008.
https://www.sup.org/books/politics/normalizing-japan
(Featured Image Source: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Stamps_in_WWII_Japan_1.jpg)
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