La lunga mano di Pechino: sorveglianza e pressione sui cinesi d’Europa
– Elisa D’avanzo –
Introduzione
Negli ultimi decenni, la Repubblica Popolare Cinese, sotto la guida del Partito Comunista Cinese (PCC), ha consolidato un sistema di controllo politico e sociale estremamente articolato all’interno dei propri confini. Parallelamente, il crescente ruolo globale della Cina ha favorito lo sviluppo di una serie di pratiche repressive dirette oltre il territorio nazionale, indicate come “repressione
transnazionale”.
Lo scopo di questo dossier è quello di organizzare un’analisi dei metodi attraverso cui il Partito Comunista Cinese sta impiegando diverse tattiche per sopprimere il dissenso in Europa. L’obiettivo è fornire una panoramica organica delle principali strategie di repressione transnazionale adottate dal PCC al di fuori dei confini nazionali, con particolare attenzione ai contesti europei — quelli che più direttamente coinvolgono la nostra realtà politica, sociale e di sicurezza. Il dossier esaminerà inoltre i principali target di tali operazioni, evidenziando le categorie più colpite e le vulnerabilità sfruttate dal Partito nelle sue attività all’estero.
Origini, attori e meccanismi della repressione transnazionale
La Cina attua una delle più avanzate campagne globali di repressione transnazionale. Poiché la sua strategia di sicurezza nazionale è strettamente legata alla sicurezza interna, essa mira principalmente a salvaguardare la stabilità del regime e il controllo politico. Di conseguenza, la politica estera cinese è orientata a rafforzare la sicurezza del regime e a consolidare l’autorità del Partito Comunista, con particolare attenzione alla soppressione del dissenso anche al di fuori dei confini nazionali. Il governo cinese ha quindi adottato strategie per mantenere il controllo politico sia a livello interno sia a livello internazionale, prendendo di mira soprattutto la popolazione cinese all’estero: giornalisti, studenti nei Paesi occidentali e membri di comunità minoritarie, tra cui negli ultimi anni anche residenti di Hong Kong e della Mongolia Interna.
In Europa, uno degli strumenti più rilevanti attraverso cui il governo cinese ha cercato di controllare il dissenso è l’operazione “Caccia alla Volpe” (猎狐专项行动 Liè hú zhuānxiàng xíngdòng). Si tratta di una campagna anticorruzione lanciata nel 2014 da Xi Jinping, accompagnata dalla diffusione di una lista di 100 ricercati. Sebbene inizialmente mirasse a catturare all’estero sospettati di reati economici, l’operazione si è progressivamente trasformata in uno strumento di repressione transnazionale, volto a colpire dissidenti politici e individui ritenuti una minaccia per il regime.
L’operazione ha portato alla cattura e all’arresto di oltre 12.000 persone. Documenti governativi suggeriscono che per ottenere il rimpatrio dei bersagli siano stati impiegati cinque metodi principali:
• Estradizione: richiesta formale allo Stato ospitante di consegnare il ricercato per processarlo in Cina.
• Persuasione: pressione sul sospettato, spesso tramite promesse di clemenza o coinvolgimento dei familiari ancora in Cina, affinché rientri volontariamente.
• Rapimento: sequestro forzato del ricercato e trasferimento in Cina.
• Deportazione: revoca dello status legale da parte del Paese ospitante e espulsione verso la Cina.
• Perseguimento nella giurisdizione straniera: quando la Cina non può intervenire direttamente, sollecita il Paese ospitante a processare il sospettato, che viene poi deportato in Cina dopo la condanna.
Tra questi metodi, la persuasione, spesso esercitata attraverso la pressione sui familiari del bersaglio, risulta essere quello più utilizzato. L’operazione si è ampliata ulteriormente nel 2015 con il lancio di “Operazione Skynet” (天网行动 Tiān Wǎng Xíng Dòng), nell’ambito della quale, secondo l’organizzazione Safeguard Defenders, 283 persone sono state costrette al rimpatrio extragiudiziale (Safeguard Defenders 2022).
Il Partito Comunista Cinese ha inoltre investito notevoli sforzi diplomatici per stipulare accordi bilaterali che facilitassero la cattura di individui rifugiatisi all’estero. Un’analisi del 2019 del Center for Advanced China Research ha individuato 37 Paesi con cui la Cina ha trattati di estradizione (Center for Advanced China Research, China’s Extradition Treaties: A Global Mapping, 2019), tra cui diversi Stati membri dell’Unione Europea (Italia, Francia, Portogallo). Secondo The Diplomat, tra il 2015 e il 2017 cinque Paesi UE hanno effettuato estradizioni verso la Cina (Eder T., Lang B. Gennaio 2017). In almeno un caso — la Svizzera — funzionari cinesi sono riusciti a negoziare un accordo segreto che permetteva ai loro agenti di operare all’interno del Paese, con potenziali implicazioni per il monitoraggio e l’intimidazione di cittadini cinesi o sino-europei.
Esiste inoltre un problema specificamente europeo legato all’assenza di adeguate clausole di salvaguardia nei trattati di estradizione con la Cina. In alcuni casi, cittadini dell’UE non sono protetti dall’estradizione se arrestati in uno Stato membro diverso dal proprio. Ad esempio, mentre l’accordo sino-francese tutela i cittadini francesi, un cittadino tedesco arrestato in Francia potrebbe non beneficiare delle stesse garanzie. Ciò aumenta il rischio che autorità europee possano contribuire, anche involontariamente, a casi in cui vi siano possibilità di tortura o applicazione della pena di morte. Anche la cooperazione antiterrorismo con la Cina solleva criticità, data l’ampia definizione cinese di “estremismo religioso”, spesso sovrapposta al concetto di terrorismo e utilizzata per giustificare persecuzioni di minoranze etniche e religiose.
Un ulteriore strumento significativo nel contesto europeo è quello delle pattuglie congiunte. In base ad accordi bilaterali tra la Cina e alcuni Paesi europei, piccoli gruppi di agenti di polizia cinesi possono affiancare le forze dell’ordine locali nel monitoraggio delle principali aree turistiche.
Ufficialmente il programma mira a rendere più accoglienti le destinazioni europee per i turisti cinesi; tuttavia, Paesi come Italia, Serbia, Ungheria e Croazia hanno espresso preoccupazioni riguardo ai possibili obiettivi nascosti di tali pattugliamenti.
In Italia, ad esempio, le pattuglie congiunte sono state sospese dopo la scoperta di attività di raccolta di informazioni sui cittadini cinesi residenti nel Paese. Il caso più significativo riguarda Prato, città con la seconda comunità cinese più numerosa d’Italia. Qui è stata individuata la presenza della
“Fuzhou Overseas Police Service Station”, ufficialmente dedicata a servizi amministrativi come prenotazioni per il rinnovo del passaporto, autorizzazioni per richieste di visto e assistenza agli studenti. Tuttavia, prove crescenti indicano che la struttura sia impiegata per rafforzare il controllo sulle comunità cinesi all’estero, intimidire i dissidenti, esercitare pressioni su chi è fuggito dalla Cina e scoraggiare ulteriori defezioni (Pompili G. 5 Settembre 2022). Poiché tali attività sono formalmente considerate di natura esclusivamente burocratica, la stazione è formalmente legale.
Un caso emblematico è quello del professor Lee, un cittadino cinese residente a Milano (identità parzialmente omessa nell’articolo del giornale Il Foglio per ragioni di sicurezza). Durante le proteste contro la politica Zero-Covid, Lee è stato l’unico in Italia a diffondere quotidianamente sui social media informazioni su quanto accadeva in Cina, e ancora oggi aggiorna oltre un milione di follower su Twitter sulle proteste e sulla repressione. A causa della sua attività, è stato preso di mira. Nell’articolo riferisce di insulti e molestie su gruppi WeChat e tentativi di raccolta informazioni su di lui da parte di membri della comunità cinese in Italia. La sua testimonianza è particolarmente significativa perché in Italia è raro trovare persone disposte a denunciare pubblicamente queste forme di intimidazione. Prevalgono timore e silenzio, e — a differenza di ciò che accade in altre parti d’Europa — non si è mai sviluppata una rete consolidata di dissidenti che possa esprimersi liberamente (Pompili G., 23 Giugno 2023).
Come molti altri Paesi, la Cina fa ricorso agli avvisi dell’Interpol per attribuire una parvenza di legittimità internazionale alle proprie operazioni, nonostante tali strumenti non siano soggetti a un controllo giudiziario indipendente. Negli ultimi anni, tuttavia, Pechino ha trasformato l’Interpol in un mezzo per rafforzare la propria repressione transnazionale, suscitando diffuse critiche per l’abuso del sistema dei “Red Notice”. Un esempio emblematico è il programma televisivo “Red Arrest Notice”, trasmesso dalla CCTV nel gennaio 2019, che presentava quattordici casi di individui arrestati e rimpatriati in Cina e uno scoperto mentre si nascondeva nel Paese (CCTV, (China Central Television), programma televisivo Red Arrest Notice (红色通缉令), trasmesso nel gennaio 2019). Il programma poneva l’accento sulla presunta legalità dei rimpatri e sulle lunghe procedure giudiziarie svolte all’estero, promuovendo la narrativa del PCC secondo cui la campagna anticorruzione cinese sarebbe un’iniziativa legittima e condivisa dalla comunità internazionale (Freedom House 2021). Attraverso la cooperazione con le forze di polizia straniere, la Cina è infatti riuscita a costruire una parvenza di legittimazione internazionale, contribuendo a normalizzare pratiche repressive e a indebolire le critiche globali sulle sue violazioni dei diritti umani.
Il quadro giuridico entro cui tali strategie — formali e informali — si sviluppano in Europa è particolarmente complesso. Gli Stati europei, Italia compresa, sono vincolati da convenzioni internazionali che tutelano la libertà di espressione e il diritto alla partecipazione politica. Le azioni del Partito Comunista Cinese sfidano apertamente questi principi, estendendo il controllo repressivo ben oltre i confini nazionali.
Sul piano politico, i Paesi europei hanno a lungo esitato a confrontarsi con la Cina in materia di diritti umani, principalmente per via degli stretti legami economici e commerciali. Tuttavia, le crescenti preoccupazioni per le attività extraterritoriali di Pechino e per il deterioramento della situazione dei diritti umani stanno spingendo sempre più governi a prendere posizione.
Nel 2021, l’Unione Europea ha imposto sanzioni a funzionari cinesi responsabili di abusi nello
Xinjiang e a Hong Kong, segnando un importante cambio di direzione nelle relazioni UE-Cina (Euronews 2021).
Sul piano sociale, negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza, sia nell’opinione pubblica europea sia all’interno delle comunità cinesi della diaspora, della capacità del PCC di esercitare pressione all’estero. In Italia, un numero crescente di cittadini cinesi denuncia le forme di repressione e intimidazione subite, sebbene molti preferiscano rimanere cauti per timore di ritorsioni contro le famiglie rimaste in patria. Le implicazioni di questo fenomeno sono profonde e rendono necessaria una risposta articolata, coordinata e tempestiva da parte delle istituzioni europee.
Impatti sui diritti, sulle comunità e sulla sovranità europea
Il sistema di controllo transnazionale mantenuto dal Partito Comunista Cinese per sopprimere il dissenso e ampliare la propria influenza sta destando preoccupazione. Poiché le attività repressive non riguardano solo le libertà individuali ma hanno anche implicazioni di carattere transfrontaliero, sociale, politico e internazionale, il problema richiede un intervento immediato. Queste azioni, oltre a rappresentare una violazione dei diritti umani fondamentali del popolo cinese — come la libertà di vivere senza il timore di ritorsioni approvate dal governo cinese o la libertà di espressione — costituiscono anche un pericolo perché possono minare la sovranità dei Paesi europei ospitanti. Tali pratiche repressive, infatti, interferiscono con la capacità delle nazioni democratiche di proteggere i diritti fondamentali dei residenti, e questa situazione può portare a serie complicazioni nelle relazioni diplomatiche, poiché mette in discussione la responsabilità giuridica degli Stati nel garantire la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e dei residenti sul proprio territorio. Inoltre, i Paesi coinvolti devono bilanciare la protezione dei diritti umani con la complessità delle loro relazioni con la Cina, uno degli attori geopolitici più potenti al mondo.
L’uso della repressione transnazionale da parte del governo cinese non è una novità: i principali soggetti colpiti sono i membri delle comunità minoritarie cinesi e gli studenti cinesi all’estero. Gli uiguri e i tibetani hanno subito per lungo tempo ritorsioni sistematiche fuori dal Paese, ma dal 2014, sotto la guida del segretario generale del PCC, nuovi gruppi sono stati aggiunti alla lista, tra cui cittadini di Hong Kong e mongoli interni residenti al di fuori della Repubblica Popolare Cinese.
Un aspetto centrale degli sforzi della Cina per controllare la comunità uigura è stato il rivendicare un’ampia giurisdizione sugli uiguri che vivono all’estero. A partire dal 2014, Xi Jinping ha intensificato la campagna del PCC contro il presunto “terrorismo, infiltrazione e separatismo” nello Xinjiang, dove gli uiguri sono la maggioranza. Nel 2016, le autorità cinesi hanno iniziato a detenere uiguri e altri musulmani in campi di “rieducazione”, limitando anche la loro libertà di movimento mediante la confisca dei passaporti. All’inizio del 2017, la Cina ha iniziato a fare pressione sugli uiguri con cittadinanza cinese in tutto il mondo affinché rientrassero in patria. Coloro che obbedivano finivano spesso nei campi, mentre chi si rifiutava rischiava arresti, deportazioni illegali o rimpatri forzati. Studi di organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, documentano che la Cina ha perseguito una campagna transnazionale di repressione contro gli uiguri, con casi accertati di detenzioni e deportazioni di uiguri dai loro Paesi di residenza verso la Cina in cooperazione con autorità straniere.
Anche gli uiguri che riuscivano a evitare il rimpatrio forzato affrontavano enormi difficoltà. L’influenza politica cinese ha esercitato pressioni su Paesi come la Turchia — che ospita una vasta diaspora uigura — affinché limitassero le protezioni per questa comunità. Ottenere e mantenere permessi di soggiorno in Turchia è diventato più difficile. Nel 2019, tra 200 e 400 uiguri sono stati detenuti nel Paese e le deportazioni sono proseguite nonostante i tentativi di opposizione (Jardine B., Lemon E., Hall N., 2021).
Gli uiguri all’estero subiscono anche forme intense di sorveglianza digitale e di intimidazione tramite la famiglia. Le autorità cinesi utilizzano i loro parenti nello Xinjiang per minacciarli o ricattarli, spesso tramite piattaforme come WeChat. Inoltre, la Cina ha impiegato spyware avanzati per monitorare gli uiguri, e ha persino infiltrato reti di telecomunicazioni in Asia per tracciarli. La persecuzione globale degli uiguri continua tuttora.
Così come gli uiguri, anche i tibetani in tutto il mondo sono soggetti a intimidazioni e attività di spionaggio da parte di agenti cinesi, che utilizzano gli stessi spyware impiegati contro la comunità uigura. La persecuzione globale degli uiguri continua tuttora. Analogamente, i tibetani in esilio sono stati oggetto di campagne di intimidazione da parte di Pechino: famiglie minacciate in Tibet, intercettazioni informatiche e spyware utilizzati per monitorare gli attivisti all’estero, dimostrano come la Cina applichi un modello di repressione transnazionale simile a quello riservato agli uiguri. Il Report del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy documenta come le autorità cinesi impieghino minacce, spionaggio e pressioni sui familiari rimasti in Tibet per intimidire tibetani in esilio e limitare la loro attività politica all’estero (This Day 2024). I ricercatori hanno raccolto testimonianze in cui esuli hanno ricevuto pressioni tramite videochiamate e messaggi minacciosi in cui si diceva che, in caso di critiche o attività contro le politiche cinesi, i loro parenti in Tibet avrebbero subito conseguenze.
Le aggressive politiche extraterritoriali della Cina a volte prendono di mira individui di origine cinese che possiedono altre cittadinanze. Un esempio recente e significativo è il caso di Gui Minhai, un libraio di origine cinese e cittadino svedese. Gui entrò in conflitto con Xi Jinping dopo aver venduto a Hong Kong libri che contenevano voci controverse sul presidente cinese. Fu rapito nell’ottobre 2015 e portato in Cina continentale. Lì apparve in quella che sembrava essere una confessione forzata, in cui chiedeva di essere trattato come cittadino cinese e sollecitava le autorità svedesi a non intervenire nel suo caso (Amnesty International, Ottobre 2015).
Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo della repressione nei confronti dei giovani studenti cinesi che studiano in Europa. Pur riconoscendo ufficialmente il valore degli scambi accademici internazionali per lo sviluppo economico e sociale del Paese, le autorità di Pechino esercitano un controllo crescente sulla diaspora studentesca. Per molti studenti, studiare all’estero rappresenta anche un’occasione per sottrarsi alle rigide restrizioni domestiche sui discorsi politici e accademici; tuttavia, questa possibilità viene spesso vanificata dalla costante paura di essere sorvegliati, intimiditi o monitorati. Una pratica ricorrente consiste nell’utilizzo dei familiari rimasti nella Repubblica Popolare come forma di pressione. Una studentessa intervistata in Europa ha raccontato che i suoi genitori vengono regolarmente contattati dalla polizia, sottoposti a molestie e limitazioni nei viaggi internazionali: un modo indiretto ma efficace per scoraggiare qualsiasi attività ritenuta “sensibile” dalle autorità. Molti studenti descrivono un clima pervasivo di intimidazione e sorveglianza, che li induce a evitare discussioni politiche in contesti sia accademici sia informali.
Un rapporto pubblicato nel maggio 2024 da Amnesty International, basato su interviste dirette a studenti cinesi all’estero, evidenzia un diffuso senso di isolamento, autocensura e deterioramento della salute mentale. Tutti gli intervistati hanno riferito di modificare il proprio modo di comunicare — online e offline — nel timore che le loro espressioni possano essere monitorate o riportate alle autorità. Un caso emblematico è quello di “Rowan”, una studentessa che aveva partecipato a una commemorazione dedicata alla repressione di Piazza Tiananmen del 1989. Pur avendo utilizzato uno pseudonimo e non avendo pubblicato nulla sui social, è stata comunque identificata. Le autorità hanno quindi contattato suo padre, intimandogli di “educarla” a non prendere parte a iniziative potenzialmente dannose per l’immagine del Paese. Il messaggio implicito era chiaro: anche fuori dalla Cina, gli studenti rimangono osservati e raggiungibili. Secondo i dati raccolti, almeno un terzo degli intervistati ha subito forme di censura sulle piattaforme social cinesi, spesso l’unico mezzo di comunicazione con le famiglie rimaste in patria. In un caso, la polizia ha mostrato ai genitori di uno studente la trascrizione completa delle sue conversazioni su una piattaforma di messaggistica, utilizzandole come strumento di intimidazione per costringerlo a interrompere alcune attività all’estero. La maggior parte delle università e dei governi ospitanti non è pienamente consapevole del clima di pressione in cui vivono questi studenti. Alcune istituzioni hanno introdotto misure per tutelarne i diritti — come il rafforzamento di politiche sulla libertà accademica, linee guida per i docenti e sistemi di segnalazione delle molestie — ma tali interventi risultano spesso insufficienti a fronte della complessità del fenomeno. Sei studenti intervistati da Amnesty International nel 2024, ritengono che le loro università evitino commenti critici verso Pechino per timore di compromettere partnership o finanziamenti. Altri lamentano una carenza di servizi adeguati, in particolare nel supporto psicologico, spesso impreparato ad affrontare barriere linguistiche e preoccupazioni geopolitiche specifiche.
Il clima di paura porta molti giovani a praticare un autocensura sistematica, che si traduce nel limitare o evitare interventi in seminari, dibattiti e discussioni accademiche. Secondo le testimonianze, questa strategia — spesso descritta come “attenersi ai fatti” — serve a ridurre il rischio di esprimere opinioni che potrebbero attirare l’attenzione delle autorità. Tale pressione influisce anche sulle scelte di studio: undici studenti hanno dichiarato di aver cambiato argomento di ricerca per evitare temi politici o di diritti umani riguardanti la Cina, temendo ritorsioni o difficoltà nell’accedere a fonti ufficiali. Altri segnalano una generale riluttanza, tra studiosi e potenziali intervistati, a discutere questioni “sensibili”.
Il peso psicologico di vivere sotto questa forma di repressione transnazionale emerge come uno degli aspetti più critici. Gli studenti riferiscono effetti che spaziano dall’ansia e dallo stress fino a forme di trauma, paranoia e depressione. Molti descrivono una quotidianità segnata dalla costante valutazione dei rischi: dal percorso da seguire per recarsi al campus, alle persone con cui interagire, fino all’uso di semplici app di incontri. A questo si aggiunge la difficoltà di confidarsi con amici o familiari, per paura di metterli in pericolo. Sebbene numerosi atenei offrano servizi di supporto psicologico, diversi studenti segnalano che tali strutture non sono adeguatamente preparate a gestire le barriere culturali e linguistiche o la particolare vulnerabilità derivante da pressioni politiche transnazionali.
In generale, la crescente portata della repressione extraterritoriale della Cina rappresenta una sfida sempre più complessa per i governi europei, le istituzioni accademiche e le organizzazioni per i diritti umani. Gli sforzi del Partito Comunista Cinese per sopprimere il dissenso comportano rischi significativi sia per le libertà individuali che per la sovranità delle nazioni europee. Man mano che la Cina estende la propria influenza attraverso sorveglianza, coercizione e intimidazione, la comunità internazionale si trova ad affrontare difficili interrogativi riguardo alla protezione dei diritti fondamentali e alla salvaguardia delle libertà accademiche e politiche. La situazione è ulteriormente complicata dal peso geopolitico della Cina, che rende difficile per i Paesi europei affrontare questi problemi senza mettere a rischio le più ampie relazioni diplomatiche ed economiche.
La crescente diffusione della repressione transnazionale richiede non solo una maggiore consapevolezza, ma anche un impegno congiunto per chiedere conto sia agli Stati che alle istituzioni internazionali della protezione dei diritti e delle libertà su scala globale.
Conclusione
L’analisi svolta ha analizzato la crescente sfida rappresentata dalla repressione transnazionale esercitata dal Partito Comunista Cinese (PCC) in Europa, mettendo in luce i meccanismi attraverso cui il governo cinese tenta di controllare il dissenso anche al di fuori dei propri confini. Tali pratiche – che includono l’istituzione di “pattuglie di polizia” all’estero, la campagna “Operation Fox Hunt” e le intimidazioni rivolte sia agli studenti cinesi all’estero sia alle minoranze cinesi residenti fuori dalla Cina – sollevano serie preoccupazioni in merito alla tutela dei diritti umani e alla salvaguardia della sovranità degli Stati europei. Tutto ciò rappresenta una sfida diretta ai principi di libertà di espressione, indipendenza accademica e diritti individuali, valori fondamentali su cui si fondano le democrazie europee.
Uno dei risultati centrali di questo studio è la constatazione della mancanza, in molti Paesi europei, di quadri normativi adeguati a prevenire o contrastare forme di repressione transnazionale. I trattati esistenti di assistenza giudiziaria reciproca non sempre includono clausole di protezione contro coercizione, tortura o estradizioni motivate politicamente, lasciando così gli individui esposti a interferenze da parte di governi stranieri.
Il lavoro ha evidenziato le vulnerabilità vissute da studenti e comunità cinesi in Europa, spesso costretti a convivere con il timore di ritorsioni da parte del governo cinese nei confronti loro o delle famiglie rimaste in patria. Questo clima di paura compromette profondamente l’integrità della libertà accademica e della sicurezza personale, creando un ambiente in cui il pensiero critico e il dissenso risultano limitati.
Un ulteriore ostacolo risiede nella riluttanza di alcuni governi europei ad affrontare con decisione queste problematiche, per timore di compromettere le relazioni diplomatiche ed economiche con un attore geopolitico di grande peso come la Cina. Molti Stati esitano a intraprendere azioni forti, preoccupati delle potenziali ricadute in termini di cooperazione commerciale, investimenti o influenza politica. Questa cautela, nonostante l’evidenza delle violazioni dei diritti umani, rappresenta una delle principali difficoltà nell’attuare politiche incisive.
Ciononostante, è essenziale che i Paesi europei affrontino tali criticità. È necessario che gli Stati europei introducano misure chiare volte a impedire che governi stranieri utilizzino il territorio europeo per intimidire, sorvegliare o controllare i propri cittadini.
In conclusione, affrontare la repressione transnazionale non è soltanto una questione di tutela individuale: rappresenta una sfida fondamentale per la difesa dei valori che definiscono l’Europa come punto di riferimento per democrazia, diritti umani e libertà accademica.
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(Featured Image Source: Pxhere)
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