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LA CINA DI “RED MIRROR” TRA INTELLIGENZA ARTIFICIALE, BIG DATA E CONTROLLO SOCIALE: INTERVISTA A SIMONE PIERANNI

Andrea Branco

Chiara Galvani

Federica Galvani

 

“Red Mirror” è un saggio che, analizzando la Cina dell’intelligenza artificiale e dell’innovazione tecnologica, fornisce una chiave di lettura essenziale: il nostro futuro è già in costruzione e, per anticiparne gli sviluppi, è necessario rivolgere lo sguardo verso il gigante asiatico.

La Cina descritta nel libro è un Paese sull’onda di una vera e propria rivoluzione tecnologica, in cui l’intelligenza artificiale contribuisce a plasmare nuovi modelli di controllo sociale destinati a diventare punti di riferimento a livello mondiale. Smart city, riconoscimento facciale, crediti sociali e altri (apparentemente) futuristici meccanismi rappresentano diverse facce del cosiddetto “capitalismo di sorveglianza cinese”, un sistema volto a migliorare il controllo dello Stato sulla popolazione tramite un massiccio utilizzo dei Big Data.

Per comprendere meglio alcuni tratti salienti di questo sistema e le sue potenziali conseguenze politiche e sociali, abbiamo parlato con Simone Pieranni, autore del libro nonché giornalista per Il Manifesto e fondatore dell’agenzia editoriale China Files.

 

1- Come è nato Red Mirror?

Red Mirror nasce dopo anni di studio, analisi ed esperienza di quanto accaduto in Cina a livello tecnologico. Sono arrivato in Cina nel 2006 e in pochi anni mi sono ritrovato a fare tutto con il cellulare. Indagando poi le caratteristiche e osservando quanto accadeva in Occidente ho deciso di scrivere il libro per raccontare una parte della Cina e una parte di noi: spesso definiamo “distopica” la Cina senza accorgerci che alcune cose che avvengono là o avvengono già anche in Occidente o sono rincorse dall’Occidente. Mi sembrava un cambio di prospettiva storico, degno di un approfondimento.

2- La Cina è all’avanguardia nelle tecnologie del futuro (big data, riconoscimento facciale, intelligenza artificiale). Questo stacco nei confronti dell’Occidente a cosa è dovuto?

Si tratta di un processo che comincia molto tempo fa, con le riforme e aperture di Deng Xiaoping a fine anni ’70. Le riforme cominciano dopo che, alla morte di Mao nel 1976, Deng Xiaoping conquista il partito comunista per imprimere la sua svolta (che in realtà è stata molto più discussa e contestata, da sinistra, di quanto si è portati a pensare in occidente). Contemporaneamente allo sviluppo di quella che avremmo conosciuto come “fabbrica del mondo”, però, la Cina comincia a investire in modo massiccio in ricerca e sviluppo puntando moltissimo su scienziati e intellettuali, precedentemente sfavoriti rispetto alle classe produttrici dei contadini e operai. Dagli anni novanta e fino al 2012 in Cina al potere ci sono i “tecnocrati”, ovvero un Politburo formato in gran parte da ingegneri. Non a caso è Hu Jintao, ideatore dello “sviluppo scientifico del socialismo con caratteristiche cinesi”, a modificare per primo l’assetto produttivo cinese: nel 2008, a fronte della crisi economica occidentale, spinge sul mercato interno e sull’innovazione, invitando i cinesi a passare dalla quantità alla qualità. Oggi viviamo la realizzazione di questo processo, grazie a uno stato, quello cinese, che ha deciso di investire in modo pesante in innovazione, ricerca e sviluppo.

3- Nel libro ribadisci come la popolazione cinese sia incline a rinunciare alla propria privacy in cambio della sicurezza garantita dalle nuove forme di controllo perfezionate dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, nell’ultimo capitolo si prospetta la possibilità di un cambiamento nella società civile, che sta iniziando a porsi degli interrogativi sulla vera potenza dei Big Data.
È possibile aspettarsi in Cina un cambio di mentalità nei confronti di temi come la privacy e l’impiego dei dati personali? Quale potrebbero essere i fattori scatenanti di una tale presa di coscienza?

Sì assolutamente. Di recente ci sono state proteste contro l’uso invasivo del riconoscimento facciale anche per pagare. Nel momento in cui la tecnologia comincia a diventare troppo invasiva parte del ceto medio metropolitano comincia a porsi dei problemi etici. La pandemia ha rallentato una discussione che in Cina c’è nonostante in generale la tecnologia venga accettata da gran parte dei cinesi.

4- Lo scontro U.S.A. e Cina sembra essere sempre più in ambito tecnologico (vicende Huawei, TikTok, rete 5G). Sarà il digitale il campo di battaglia dei prossimi anni?
Chi pensi vincerà la sfida del “capitalismo di sorveglianza”?

Sì, dietro allo scontro con gli Usa c’è il 5G e la gestione degli apparati securitari, oltre che gli immaginari, che noi siamo sempre stati a considerare provenienti dagli Usa. La supremazia americana nel campo dell’innovazione è ormai in aperta discussione e da qui arriva gran parte dello scontro in atto. Il paradosso è che anche in questo caso è l’Occidente a seguire la Cina. Il ban di Trump a Tik Tok (o anche quello indiano alle app cinesi) è quanto la Cina fa da sempre: bloccare i competitors e consentire alle aziende nazionali di crescere internamente per poi andare a conquistare mercati esteri. La sfida del capitalismo di sorveglianza vede la Cina in vantaggio in quanto stato autoritario. Il problema vero è che questa tendenza è ormai dirimente anche in stati democratici.

5- Continuando a parlare di USA e Cina, dal libro emerge chiaramente come il futuro del mondo odierno sia in mano alle due superpotenze che, oltre a contendersi il primato tecnologico, sembrano offrire modelli incompatibili tra loro.
Se dovessi descrivere in poche parole la differenza tra il sogno
americano e quello cinese (espressione usata da Xi Jinping per descrivere l’insieme dei valori e dei principi ispiratori della Cina moderna), quali elementi metteresti in evidenza?

Quello americano è un sogno basato sull’individuo. Quello cinese è collettivo. Negli Usa si ritiene che una persona sia libera di realizzarsi. In Cina si ritiene che un individuo possa realizzarsi solo all’interno di un collettivo che funziona.

6- In Red Mirror affermi che: “la nuova frontiera del capitalismo sembra essere una forma di estrattivismo […] nella quale è l’essere umano la risorsa da cui prelevare nuovo valore”. Per raggiungere i propri obiettivi, la Cina sfrutta il “proletariato dell’immateriale”, costituito da lavoratori privati di ogni garanzia in fatto di diritti e sottoposti a turni estenuanti.
Per quanto tempo la Cina potrà ancora fare affidamento su una classe lavoratrice disposta ad accettare simili condizioni? Questo sistema basato sullo sfruttamento della forza lavoro continuerà ad essere sostenibile nel lungo periodo?

Nel capitolo sul lavoro mi interessava dire due cose: in primo luogo che quel genere di sfruttamento è stato utilizzato e avallato da imprese e paesi stranieri, e che le prime lotte in questi settori sono state in Cina. L’Occidente fino a qualche anno fa (ora gli equilibri sono cambiati) criticava Pechino sul tema dei diritti umani, quando era grande protagonista dello sfruttamento di manodopera cinese, ben sapendo che in Cina i salari erano bassi, che non c’è diritto di sciopero, o che non si può neanche fondare un sindacato indipendente. Io credo che la cultura del lavoro in Cina sia un fenomeno interessante, perché se è vero che il più delle volte c’è una totale dedizione all’azienda, rimane importante sottolineare come “il cinese” sia tutt’altro che un signorsì. Fino al 2018 gli “incidenti di massa”, come vengono chiamate le proteste (pure i fatti di Tienanmen dell’89 sono considerati tali), erano migliaia all’anno: il primo motivo era proprio la questione lavoro, tra cui l’aumento dei salari, richieste di sindacalizzazione, indennizzi etc. Dal 2018 certo rileviamo anche la centralità della battaglie ambientali, ma sono calcoli di diverse Ong, considerando che il numero di questi incidenti di massa è comunque segreto di stato.

7- Il libro tratteggia un progressivo allargamento del divario tra un “centro”, che sembra raccogliere i frutti dello sviluppo tecnologico, e una “periferia” (intesa sia in senso geografico, sia come la parte di popolazione escluse dalla rivoluzione tecnologica) che risente invece degli effetti negativi del processo.
In che modo la Cina sarà in grado di contenere (o quantomeno giustificare) un ulteriore aumento delle disuguaglianze in termini economici e sociali? Come inciderà questo sulla solidità del “patto” stipulato tra potere politico e società, che vede la popolazione cedere alcune libertà e diritti in cambio di stabilità?

Questa è la domanda delle domande. Questo patto ho idea dovrà essere rinnovato: la crescita non è per sempre, così come le esigenza di quella classe media che da perno del dominio del Pcc rischia di diventare un insieme di persone che chiedono più diritti oltre che aumento della propria ricchezza. Però bisognerà aspettare, capire come evolve la pandemia, come evolve lo scontro con gli Usa e come evolvono i tanti progetti come la nuova via della seta che la Cina sta portando avanti. Pechino è di fronte a nuove sfide e dunque bisognerà osservarne le ricadute sociali. Sulla diseguaglianza, ad esempio, è emersa una distanza di vedute tra presidente e premier (Li Keqiang). Bisognerà aspettare per capire che impatto avrà questo “screzio” sulle future politiche sociali. A fine ottobre si riunirà il Plenum del comitato centrale e forse potremmo saperne di più.

8- La Cina è ormai destinata a diventare un modello di riferimento sotto numerosi aspetti. Pensi che attori esterni come l’Europa o gli Stati Uniti, in virtù dei loro sistemi politici liberali e democratici, saranno in grado di volgere questo modello di sviluppo tecnologico a proprio favore senza incorrere nelle problematiche relative alla privacy, al controllo e alla limitazione delle libertà personali riscontrabili nel contesto cinese? Le democrazie occidentali saranno in grado di reggere il colpo proveniente da una rivoluzione tecnologica di stampo autoritario, o dovranno anch’esse adattarsi alle nuove dinamiche del “capitalismo di sorveglianza”?

L’adattamento è già in atto, bisognerà capire quanto reggeranno i presupposti democratici delle nostre cornici istituzionali. Per quanto riguarda l’Europa credo serva una strategia comune, che al momento purtroppo non c’è, sia nella gestione dei Big data sia per quanto riguarda le infrastrutture (ad esempio un “campione” europeo simile a Huawei per intenderci). Il rischio – oltre a tendenze anti democratiche già in atto in europa orientale – è che l’Ue diventi terreno di battaglia tra Cina e Usa, polarizzando ancora di più la situazione.